Apple vs Major: scenari per la guerra dei prezzi



Perché le case discografiche vogliono aumentare il prezzo dei brani digitali e perché Jobs per ora non cede

Steve Jobs ha già detto la sua: per ora non se ne parla. Il prezzo di un singolo brano su iTunes era e rimane di 99 centesimi di dollaro. In un suo comunicato le major sono state addirittura bollate come “greedy”, avide.

Le grandi case discografiche da tempo avevano iniziato – a livello sotterraneo – a far pressione per aumentare i prezzi; ora, idealmente capeggiate da quell’Edgar Bronfman Jr. già patron della vecchia MCA e poi di Universal e ora alla testa di Warner, scoprono le carte e alzano la voce.

Per la verità, non è solo Jobs a stigmatizzare il comportamento dei dirigenti delle major: oltre all’indignazione degli utenti, che riterrebbero ingiusto un aumento dei prezzi in questo momento, anche analisti del mercato restano piuttosto scettici sulla posizione delle grandi case.
Jobs ha in mano qualcosa “che funziona”: dopo una lunga fase di declino costante del mercato dei supporti discografici tradizionali – mercato negli ultimi decenni danneggiato da operazioni non proprio brillanti messe in piedi dalle major stesse, dalla morte anzitempo del disco in vinile alle più recenti e discutibili politiche sul prezzo dei cd – per molti le vendite online cominciano a essere importanti in qualche caso anche più di quelle dei supporti fisici. Aumentare i prezzi ora potrebbe risultare in un passo indietro per la musica digitale e far precipitare quindi il mondo della discografia in una crisi ancora più profonda.
Bronfman, per di più, viene sbeffeggiato da alcuni utenti di Slashdot: per alcuni, dalle sue affermazioni appare chiaro che a questo signore non è neppure del tutto evidente che iTunes Music Store e iPod sono due cose diverse; inoltre, il CEO di Warner sembra voler dire “abbiamo diritto a quote dei proventi di ITMS, il nostro materiale non è solo un contenuto promozionale”. Il che pare paradossale, dato che il grosso degli incassi delle vendite di iTunes è già di competenza delle etichette, non certo di Apple.

A meno che le major non stessero pensando – cosa da non escludere – a quote delle vendite degli iPod, visto che dopotutto è la disponibilità di tanta musica su iTunes che fa vendere tanti lettori Apple. Inoltre, sono state persino riesumate interviste di circa 7 anni fa in cui Bronfman faceva commenti in merito al prezzo del biglietto dei cinema, praticamente identici a quelli rilasciati oggi per i brani digitali.

La testata Slate già nel 1998 aveva predetto la caduta – poi puntualmente verificatasi – di Bronfman nell’industria cinematografica. Con un precedente del genere, varrà la pena fare leva su argomentazioni del tipo “questo film è più importante perché è costato di più ai produttori, quindi il biglietto dovrebbe costare il doppio” e applicarle alle sette note?

I prossimi mesi saranno fondamentali: negli Stati Uniti sono in scadenza i primi contratti tra Apple e le major, e qualcuno potrebbe decidere di non rinnovare. iTunes Japan nel frattempo è già partito senza due delle quattro “grandi”, e la differenza si sente: se gli U2 campeggiano anche qui con la loro mega-raccolta – ma è notevole la presenza di artisti locali – una megastar come Madonna (21 dischi disponibili su iTunes USA) è del tutto assente.

Per molti altri grandi nomi di ogni genere musicale il catalogo si presenta visibilmente ridotto, talvolta a favore degli indipendenti; è il caso di Charlie Parker: anche se non manca il material major (Verve/Universal), del grande “Bird” sono in vendita in Giappone solo 19 album digitali contro i 56 della versione USA.

Uno scenario forse poco probabile ma tutt’altro che impossibile è il seguente: Apple potrebbe decidere di fare di testa sua e andare avanti con o senza major. Dopotutto, molti grandi nomi hanno fior di album in mano a label indipendenti e i contenuti – anche di qualità – non mancherebbero affatto. Altri artisti (Beatles inclusi) hanno poi proprie società che sono le vere titolari dei master, anche se di solito tendono a lavorare con licenze esclusive di lunghissima durata a una singola major. Qualcuno potrebbe decidere che è ora di sganciarsi e lanciarsi in proprio in quei mercati dove la “casa madre” ha paura di avventurarsi; sarà questo il futuro della musica (digitale e non)?

(Si ringrazia Nicola D’Agostino per la collaborazione)

Pubblicato su: http://mytech.it/web/2005/09/27/apple-vs-major-scenari-per-la-guerra-dei-prezzi/