Bluebeat risarcisce EMI: no alla simulazione psicoacustica



Un bizzarro caso di copyright del 2009 si chiude, almeno in parte: EMI risarcita da Bluebeat per i brani dei Beatles


C’è voluto oltre un anno ma, dopotutto, la bizzarra spiegazione da fantascienza di BlueBeat per giustificare l’uso dei master discografici dei Beatles e di altri artisti senza permesso, al giudice non è andata giù. E BlueBeat ha finito pochi mesi dopo col risarcire EMI. I legali di BlueBeat paradossalmente cantano vittoria. Nessun commento da parte dei discografici.

Il sito rendeva disponibili migliaia di brani commerciali, venduti al prezzo stracciato di 25 centesimi di dollaro, ma – pur essendo questi identici agli originali – affermava di non aver rubato alcunché: “simulazione psicoacustica“, aveva detto nell’autunno 2009 Hank Risan, proprietario della società, che affermava di vendere una sorta di rifacimento, di cover ultra-fedele all’originale. Che però era stata realizzata a partire dai cd disponibili commercialmente e per di più spacciata assieme a copertine e titoli di album ufficiali con tanto di menzione della label d’origine.

La casa discografica dei Beatles, EMI, aveva reagito con una citazione in giudizio. In quei giorni peraltro nessuno poteva vendere legalmente la discografia dei Fab Four: lo stesso Apple iTunes non aveva ancora in mano le relative licenze; ci si sarebbe arrivati, finalmente, solo un anno dopo.

A dicembre 2010, mentre i Beatles “legali” facevano la loro comparsa in Rete, il giudice federale Josephine Staton Tucker liquidava così le affermazioni di Risan: “l’oscuro e indefinito linguaggio pseudo-scientifico sembra solo un modo prolisso per descrivere il ‘campionamento‘, ossia la copia, e non riesce a fornire alcuna prova concreta di creazione indipendente”.

Oggi, BlueBeat chiude il caso e – c’è da dirlo – a Risan va anche “di lusso”: con “soli” 950.000 dollari raggiunto l’accordo per i danni a suo tempo cagionati ad EMI.

E diciamo “soli” perché si tratta di un accordo stragiudiziale. Una condanna sarebbe stata decisamente più severa ed avrebbe portato quasi certamente alla chiusura del sito, oltre che a un risarcimento astronomico agli aventi diritto.

BlueBeat – caso Beatles a parte – sembra ora pienamente legale, ma allo stesso tempo ha (ancora!) cambiato business model, alla chetichella.

Vediamo perché. BlueBeat continua a distribuire musica, ma non vende più nulla. Fornisce stream gratuiti ascoltabili a 160 o 320kbps. E l’unica fonte di guadagno sembrerebbero i link di affiliazione ad Amazon ed iTunes e qualche link e banner di Google AdSense. Insomma niente di veramente “forte” che garantisca il futuro di un servizio così dubbio. Cliccando su un album “ascoltabile”, però, non si apre l’album ma un “canale radio” che suona qualcosa di quell’artista ma anche brani di artisti simili. Per esempio, cliccando su un disco degli Everly Brothers si finisce in una radio che suona un loro brano ma subito dopo passa a Gene Vincent. O cercando di aprire “Confessions on the dance floor” di Madonna si finisce ad ascoltare un mix esteso de “La Isla Bonita”…

E’ sparita la menzione delle label ma restano le grafiche originali. Altri album ancora non portano a nessun link, come una raccolta di brani “Italo Disco Collection vol.2”. Ci sono titoli e artisti ma non si ascolta nulla.

You are listening to fully-licensed simulated performances”, dice ancora ambiguamente il sito nella pagina da cui si effettua lo streaming di un brano. E subito dopo “©2011 BlueBeat.com“. Particolare inquietante: secondo Billboard, il sito starebbe cercando di registrare 800.000 copyright (!). Di cosa? Non staranno per riprovarci con la storia della simulazione psicoacustica?

Di fatto, BlueBeat si è per ora riciclato in radio online non interattiva, apparentemente con tanto di licenze da nomi come SoundExchange e BMI, che appaiono linkati nel Facebook ufficiale. Non manca neppure la versione app” per iPhone.

Il tutto insomma farebbe pensare a un business più tranquillo e meno rivoluzionario, ma anche a un profilo più basso.

Forse forse la legalità potrebbe anche essere salvaguardata (ma non è chiaro se BlueBeat abbia davvero licenze con gli enti di cui sopra): di certo però non si vede perché il pubblico dovrebbe scegliere un sistema così macchinoso rispetto alla miriade di alternative per ascoltare musica legale e gratuita

Pubblicato su Mytech