Facebook, l’inizio della fine?



Facebook è una moda passeggera? E se sì, siamo già all’inizio della parabola discendente? Così pensa Douglas Rushkoff dalle parti di CNN…

Facebook hype will fade”, titolava in modo un po’ cinico e spietato Douglas Rushkoff su CNN.com un paio di giorni addietro.

In un momento di massima popolarità, dove sempre più siti ci chiedono di fare clic su “Like” o condividere nei social network link e notizie, mentre i giochi social come Farmville sembrano una sorta di droga a cui milioni di utenti sono assuefatti e la casa produttrice Zynga conta più dei grandi produttori di videogame “veri” come Electronic Arts, e soprattutto quando Mark Zuckerberg è l’uomo dell’anno di Time ed è anche oggetto di una grande produzione cinematografica addirittura in odore di Oscar, sembra una follia prevederne il declino.

Ormai si comunica più tramite messaggi, post e chat di Facebook che via e-mail; perlomeno per molti sembra essere così. E’ successo persino al sottoscritto, che ha usato l’email per 15 anni senza mai concedere troppo spazio a cose come i messaggi di MySpace a parte forse l’instant messaging di MSN/Live Messenger, e che non riesce a emozionarsi per un tweet di questo o di quel personaggio.

Eppure, il top potrebbe essere stato raggiunto: è possibile dunque che si sia all’inizio di una parabola discendente per il social network per antonomasia?

Rushkoff pensa di sì. Ricorda il caso di MySpace, passato di mano per una cifra notevole e subito dopo in declino. Ma non ne attribuisce la colpa a Rupert Murdoch: “la gente ha incolpato la nuova proprietà per il declino del social network, ma il ciclo era già cominciato” (MySpace – fino a poco tempo fa abbandonato a se stesso e ora oggetto di un inutile restyling, sembra peraltro pronto a un altro passaggio di mano, magari proprio in casa Facebook, agggiungiamo noi).

Cita anche un caso precedente e ancora più clamoroso: AOL Time Warner. Quando tutti esultavano per la storica fusione, Rushkoff individuò quello che c’era dietro: AOL aveva capito che la “bolla” sarebbe durata poco, e cercava di radicarsi in un business più concreto e tradizionale, quello della multinazionale dei media. Il New York Times non pubblicò l’analisi di Rushkoff all’epoca. Le previsioni pessimistiche, però, si rivelarono azzeccate.

Molto lucidamente, l’autore vede quella che sembra una notizia positiva – il ricco investimento di Goldman Sachs che ha fatto salire la capitalizzazione di Facebook – in tutt’altra luce. Goldman ora consiglierà ai propri clienti di investire a loro volta; guadagnerà sulle commissioni; magari poi si tirerà fuori da tutto dopo aver recuperato rapidamente l’investimento con un discreto margine di profitto. Dopotutto è accaduto in passato in casi analoghi. Questo si legge nelle parole del giornalista. Inoltre, trattandosi di offerta privata, Facebook non è tenuta a rivelare in dettaglio i propri profitti: “si trova in quella nuvola di sicurezza che protegge tutto queste imprese finché non producono un profitto reale o non muoiono nel tentativo”.

In maniera lucida e spietata, Rushkoff usa l’espressione temporary social networks, social network “temporanei”, il cui reale obiettivo è “creare l’illusione di essere diversi, permanenti, invincibili e troppo grandi per fallire”.

L’autore pensa che ce ne andremo da Facebook come abbiamo lasciato certe chat room o certi siti del passato recente; non è il posto che conta, ma la gente; a un certo punto la gente si sposterà altrove, in un posto più consono o più trendy, chissà. I siti, dopotutto, non hanno neanche un aspetto fisico come possono avere un bar, una discoteca, un posto a cui magari siamo affezionati perché vi associamo qualche evento o perché semplicemente conosciamo i proprietari. Quindi, il “distacco” è ancora più facile.

Non è che MySpace abbia perso e Facebook vinto. E’ che MySpace ha vinto prima, e Facebook poi. Cadranno nello stesso ordine”.

Siamo convinti che presso le due società un sacco di gente starà facendo gli scongiuri, dopo un’affermazione del genere, che è pesante e anche difficile da sottoscrivere in pieno (staranno facendo gli scongiuri anche quelli che non vogliono perdere quanto accumulato nei giochini online, ma questa è un’altra storia). ;)

Ma per il resto, “Panta rei”, tutto scorre, dicevano gli antichi. In Rete, e per tutto ciò che riguarda la tecnologia, questo è ancora più vero: pensate solo all’evoluzione dei comuni pc casalinghi negli ultimi decenni. A differenza di Rushkoff pensiamo che Facebook, da un lato, abbia buone possibilità di restare in sella, ma diventando qualcos’altro. Con meno “hype”, meno intrusioni nella privacy, meno frivolezze (onestamente, anche il business model di Zynga non è che sia brillante: si basa spesso su plagi di altri giochi della concorrenza, su spamming e altre pratiche dubbie e il tutto risulta in una società che a molti sembra ampiamente sopravvalutata per quelli che sono i suoi asset reali).

E’ certo però che di mode passeggere ne abbiamo viste fin troppe, in quindici anni e oltre di Rete: c’erano una volta i newsgroup Usenet e le mailing list; AOL da una parte e Compuserve dall’altra; il tempo in cui Lycos (!) era il motore di ricerca per eccellenza e Google non esisteva; i canali di chat IRC; i “portali” che contenevano tutto e niente; Geocities e Tripod; quelli che promettevano “Get paid to surf”; i peer to peer come Napster, Kazaa, BearShare, Limewire; Friendster; i canali pubblici su MSN; e il MySpace regno di Tila Tequila e altri personaggi pittoreschi; o il blog a tutti i costi, anche quando non si ha assolutamente nulla da dire.

Tutto questo in gran parte è defunto o non è più lo stesso: tocca a Facebook evolversi, o sparire nel sottobosco da cui è emerso prepotentemente qualche anno fa.

Pubblicato su: http://mytech.it/web/2011/01/09/facebook-linizio-della-fine/