Il caso Riaa contro Felten: se il diritto fa a pugni con la scienza



Un docente universitario riesce a far valere le proprie ragioni contro l’industria discografica: quando le leggi sul diritto d’autore e sulla libertà di espressione e di ricerca scientifica non sembrano andare d’accordo

Il caso di un ricercatore determinato a presentare i risultati del proprio lavoro in pubblico ha sollevato tra il 2000 e il 2001 una serie di polemiche. La questione ha suscitato numerosi dubbi sul funzionamento e sulla costituzionalità della legislazione statunitense in merito al diritto d’autore e ha riaperto il dibattito sulla tutela della libertà di espressione nell’era di Internet.
Nel corso del 2000 Edward Felten, docente universitario, decise di rispondere (insieme a un team di ricercatori della Princeton University e della Rice University) alla “sfida” lanciata dalla Sdmi (Secure Digital Music Initiative) che dovendo scegliere tra diverse possibili tecnologie di watermarking per i file musicali (tecniche di protezione del copyright che consistono nell’applicazione di una “filigrana digitale”, cioè una sequenza di bit, al brano musicale soggetto a diritti d’autore, ndr), aveva reso disponibili alcuni esempi da testare. Studiosi ed esperti erano stati invitati a tentare di rimuovere i watermark (contenenti le informazioni sul copyright).

La sfida era durata tre settimane: per diversi giorni gruppi di hacker e personaggi di vario tipo dichiararono di aver violato senza problemi una o più delle varie tecnologie; il team guidato da Felten riuscì a violare senza problemi quattro sistemi ottenendo conferma anche dall’interno della Sdmi.
Tale organizzazione, però, al momento di proclamare i risultati negò che Felten e soci fossero riusciti nell’impresa.
Così, il professore annunciò sul proprio sito web di voler pubblicare la propria relazione e di presentarla a Pittsburgh, nel corso di un seminario pervisto per aprile 2001.
Lo scienziato (apparso anche in veste di testimone nel caso DeCSS e convocato dal Dipartimento della Giustizia Usa in occasione del noto caso antitrust che ha visto Microsoft sul banco degli imputati) intendeva presentare una ricerca che dimostrava la poca utilità e la facilità di violazione di questi presunti sistemi “sicuri”.
Ma l’appuntamento saltò e cominciarono i guai.
L’industria discografica e i presunti paladini del copyright da una parte, l’Electronic Frontier Foundation dall’altra: al professore veniva impedito di divulgare i “pericolosi” dati in suo possesso, dati che secondo la Riaa non solo danneggiavano i titolari di copyright ma addirittura violavano il famigerato Dmca (Digital Millennium Copyright Act).
L’Eff chiese allora a un tribunale federale di consentire a Felten di presentare la propria relazione nel corso di un successivo appuntamento (la USENIX Security Conference di Washington, nel mese di agosto 2001). Riaa e soci si astennero dal fare ulteriori rimostranze e Felten presentò il proprio lavoro “Reading Between the Lines: Lessons from the Sdmi Challenge”.

Il caso si sarebbe potuto così chiudere nel giro di qualche mese; invece, è rimasto aperto fino ad ora e (pur avendo ormai Eff rinunciato a percorrere ulteriormente le vie legali in questa specifica situazione) è diventato un simbolo delle lotte per la libertà di espressione in Rete e un esempio pratico di ciò che possono causare interpretazioni distorte delle norme a tutela del copyright.
Ciò che Eff e Felten stesso hanno sollevato è un caso di violazione del Primo Emendamento della Costituzione americana – fondamento della libertà di espressione nel sistema statunitense – che sarebbe messo pesantemente in discussione dal testo del Dmca.
La Riaa e i suoi alleati asserivano di fatto che il Dmca concedeva loro il diritto di “tappare la bocca” a chi – non per commettere atti di pirateria a danno di qualcuno, ma semplicemente in nome della scienza – tentasse di divulgare il proprio pensiero liberamente, come Edward Felten.
In occasione della conferenza di Washington e in altri momenti successivi, Riaa e soci si dichiararono disponibili a ritirare le loro accuse contro Felten.
Per diversi mesi il professore ha rischiato ancora di vedersi piombare addosso ulteriori grane legali al momento di rispiegare o reiterare in qualche modo la propria relazione magari in altra sede, per non parlare di altri ricercatori che avrebbero potuto trovarsi nella stessa situazione.
Eff è quindi andata avanti sulla propria strada, e solo a febbraio 2002 ha deciso di credere alle affermazioni delle sue controparti, rinunciando alla causa. Ma precisando che non abbasserà la guardia.
In fondo, la rinuncia è giunta solo perché nel frattempo il Dipartimento di Giustizia aveva in pratica affermato che Felten non intendeva commettere una violazione pura e semplice dei sistemi di sicurezza in questione, ma solo effettuare uno studio; inoltre – e questo è quanto Eff voleva ottenere – il Dipartimento ha anche stabilito un principio generale: il Dmca non può applicarsi agli scienziati che effettuano ricerche.
La copiosa documentazione sul caso resta disponibile in una apposita sezione del sito www.eff.org; e l’associazione non è certo sola nelle sue battaglie: è di qualche giorno fa un articolo del membro del Congresso Usa Rick Boucher dal titolo: “È il momento di riscrivere il Dmca”. Il politico ricorda l’importanza del fair use, l’uso corretto, che da sempre consente agli americani (e non solo) di fare copie di opere tutelate in determinati casi: studenti che fotocopiano un articolo o qualche pagina di un testo, persone che convertono brani in Mp3 da un Cd acquistato regolarmente, al solo scopo di ascoltare quei file per mezzo del proprio Pc, o che magari vorrebbero semplicemnte ascoltare il Cd audio così com’è (ma una delle nuove protezioni incluse nel supporto ne impedisce l’uso in un lettore per computer o in certi lettori casalinghi) e così via.
Boucher vede la dottrina dell’uso corretto in grave pericolo a causa di provvedimenti come il Dmca: la sua preoccupazione è che si stia andando verso una società del “pay-per-use”, in cui anche l’accesso a una biblioteca pubblica potrebbe diventare un lusso.
E così si citano proprio casi come quello di Felten, o quello dell’editore di 2600, citato in giudizio dai produttori cinematografici per aver fornito un link al famigerato codice DeCSS; l’arresto del russo Dmitry Sklyarov, su pressione del colosso software Adobe. Sklyarov – oggi tornato in patria da uomo libero – era colpevole di aver distribuito un software che consente di leggere, condividere, stampare e fare copie di backup di libri elettronici (e-book) in modi non previsti dalla stessa casa produttrice, incluso un sistema text-to-speech per consentire al Pc di leggere il testo ai non vedenti.
Boucher conclude di voler rispettare i diritti dei detentori di copyright, ma di voler tutelare allo stesso tempo i consumatori, che devono essere messi nella condizione di poter accedere all’informazione. È quindi necessario “riscrivere la legge a beneficio di tutta la società, prima che ogni accesso all’informazione venga posto sotto controllo in maniera irreversibile. In poche parole, dobbiamo riaffermare l’importanza dell’uso corretto”.

Pubblicato su: http://mytech.it/web/2002/02/14/il-caso-riaa-contro-feltense-il-diritto-fa-a-pugni/