La tassa sui Cd vergini: e se fosse una buona idea?



In seguito a una Direttiva europea, anche nel nostro paese potrebbe essere introdotto un balzello su ogni supporto per la duplicazione digitale. Una novità discussa, ma che darebbe nuova forza alla legittimità della copia privata

Da alcuni mesi si dibatte, in rete e fuori, sull’opportunità di quello che a molti appare come un nuovo – magari iniquo – balzello sui supporti vergini (Cd-r in primis) e su apparecchiature di registrazione quali i masterizzatori e i registratori audio/video.

Il dibattito parte da uno schema di decreto legislativo presentato all’inizio di settembre dal Governo e dalle successive reazioni, politiche e non solo. Tra le tante, un’interrogazione del Senatore Crema (Sdi) e una del parlamentare dei Ds Pietro Folena, nonché una petizione on line lanciata dalla rivista Af Digitale, che avrebbe raccolto oltre 20.000 adesioni. Il provvedimento starebbe per essere approvato.

In breve, un decreto legislativo presentato dal Ministro dei Beni Culturali, Giuliano Urbani, prevede che l’Italia recepisca il contenuto della Direttiva Comunitaria 2001/29/CE. Tale Direttiva cerca di armonizzare le leggi sul diritto d’autore nei paesi dell’Unione Europea e ribadendo il diritto per i cittadini di effettuare copie per uso privato, per le quali deve però essere corrisposto un equo compenso per gli aventi diritti (autori, editori, proprietari di master discografici e così via). Più precisamente, si va nuovamente a toccare quel collage legislativo che è ormai la legge n.633/1941 modificandone una serie di articoli.

Il principio dell’equo compenso
Tra le altre cose, all’art.71-sexies si legge: “È consentita la riproduzione privata di fonogrammi e videogrammi su qualsiasi supporto, effettuata da una persona fisica per uso esclusivamente personale, purché senza scopo di lucro e senza fini direttamente o indirettamente commerciali, nel rispetto delle misure tecnologiche di cui all’art. 102-quater”.

E ancora, al successivo art.71-septies: “Gli autori e i produttori di fonogrammi, nonché i produttori originari di opere audiovisive e i produttori di videogrammi, nonché i loro aventi causa, hanno diritto a un compenso per la riproduzione privata di fonogrammi e di videogrammi di cui all’articolo 71-sexies. Detto compenso è costituito, per gli apparecchi di registrazione audio e video e per i sistemi informatici idonei alla registrazione di fonogrammi o videogrammi, da una quota sul prezzo al rivenditore o da un importo fisso per apparecchio. Per i supporti di registrazione audio e video, quali supporti analogici, supporti digitali, memorie fisse o trasferibili, il compenso è costituito da una somma commisurata alla capacità di registrazione resa dai medesimi supporti”.

Il testo continua dando indicazioni su come stabilire il compenso e presentare le dichiarazioni alla Siae relativamente a supporti vergini e apparecchiature venduti.

Favorevoli e contrari
Nulla di tutto ciò è una novità assoluta: il sistema già esiste nel nostro come in molti altri paesi. Dopotutto, da anni paghiamo già una “tassa” simile sulle cassette vergini. Ma praticamente nessuno se ne è accorto, perché l’importo di tale compenso è stato sinora esiguo.

In molti hanno gridato all’ennesima ingiustizia, magari operata dalla tanto vituperata Siae o da una qualche lobby di produttori. È vero, l’introduzione della nuova forma di compenso in taluni casi potrebbe portare ad aumenti “corposi”, almeno in percentuale sul prezzo di un supporto. Una volta tanto, però, un simile provvedimento potrebbe avere senso.

La tassazione sulle apparecchiature di registrazione è una realtà in altri paesi ormai da anni. Quanto a nastri e Cd, l’Italia si trova in una situazione quasi ridicola. Alcuni supporti costano 4-5 volte più di altri, che “evadono” il pagamento dovuto.

Forse, una “tassazione” uniforme, potrebbe servire a calmierare la situazione e a creare meno disparità, e allo stesso tempo a far sì che i autori e produttori italiani e in generale tutti gli “aventi diritto” su opere dell’ingegno non vengano discriminati rispetto ai colleghi di altri paesi dell’Unione. Non a caso, tra le diverse sigle favorevoli al provvedimento, ci sono associazioni di autori, come quella a cui appartengono Gino Paoli e Lucio Dalla, ma anche l’Afi, che raccoglie diversi produttori fonografici.

Home taping: negli Stati Uniti una realtà
Veniamo ora al punto più importante: i concetti di copia privata e di equo compenso appaiono con forza negli Stati Uniti intorno al 1992, con riferimento ai nastri audio. In quell’anno il Congresso aveva legalizzato il cosiddetto home taping audio, introducendo un sistema di compensazione sui supporti.

C’è da dire che molti nastri o Cd sono utilizzati per registrare materiale proprio, magari le riprese video di una festa di compleanno o di matrimonio; o la registrazione di un discorso o di brani musicali autoprodotti.

Altri supporti sono utilizzati per scopi più che leciti: registrare la partita o il film mentre non si è in casa o mentre si guarda un altro programma, per recuperarne la visione in un momento successivo.

Ma al versamento di quella che potrebbe quindi risultare una tassa iniqua – perché colpisce anche i supporti non utilizzati per “copiare” alcunché – corrisponde però la garanzia di un diritto per tutti i cittadini: la copia privata è finalmente e apertamente dichiarata “lecita”. Se guardiamo alla questione in quest’ottica, le critiche al provvedimento appaiono meno pertinenti.

E per il software?
Infine, negli ultimi anni si è troppo spesso effettuata la distinzione tra i supporti copiati in base al contenuto degli stessi. Leggendo il testo della stessa L.248/00, in particolare agli articoli 13 e 14, potrebbe sembrare che copiare musica sia a un certo livello consentito, sempre col limite dell’uso personale. Copiare software no. Neppure per uso personale.

Come era prevedibile, tra i contrari al provvedimento, figura la Business Software Alliance, come si desume anche da un comunicato apparso nel mese di ottobre.

In effetti, con qualche integrazione, questo testo potrebbe servire a ribadire una volta per tutte che anche la copia privata del software è lecita. A dispetto delle major dell’informatica (che però potrebbero in cambio contare sull‘“equo compenso”, dove oggi vedono solo “perdite”). Ma a questo, gli esponenti del centrosinistra che prontamente si sono levati – sicuramente in buona fede – a difesa di migliaia di cittadini arrabbiati, non sembrano proprio aver pensato.

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