Spotify, SoundExchange, royalty & articoli fuorvianti



Non è certo la prima volta e non sarà neppure l’ultima: lo scorso 3 aprile Digital Music News ha pubblicato un articolo nel quale un artista indipendente snocciola cifre, per mostrare quanto misere siano le proprie royalty e chiedere essenzialmente “dove vanno a finire i soldi”.
Sotto il titolo a effetto “I’m a Grammy Nominated Artist. Want to See My Royalty Statements?” (scelto dal gestore del sito, il post originale aveva un titolo ben diverso…) l’artista Armen Chakmakian pubblica due tabelle: una con diritti di pubblica esecuzione percepiti tramite la BMI (una delle “SIAE” americane); e un’altra con introiti relativi ai diritti connessi su canali digitali, percepiti tramite SoundExchange.

La conclusione? “Someone’s making money, and in true fashion with the music industry, it’s not the artists. Business practices like this are one of the reasons I jumped ship and only write for television now”: qualcuno sta facendo soldi, ma non certo lui. Quasi a dire che in qualche passaggio un sito, un distributore, una società di autori si sia arricchito/a alle sue spalle.

Se da un lato queste cose avvengono, va anche detto che l’articolo è decisamente fuorviante; e non è la prima volta che Digital Music News – che pure è un’ottima fonte di notizie per il mondo della musica online – si diverte a sguazzare in questo tipo di polemiche basate su dati incompleti o selezionati ad arte (normalmente per parlar male di Spotify o di qualche altro servizio).

Ecco un classico articolo sul tema: nel 2010 circolò la notizia che Lady Gaga fu pagata sole 100 sterline (167 dollari) – una miseria – per UN MILIONE di ascolti su Spotify. Premesso che l’artista in questione certamente non avrà bisogno dei denari di Spotify per campare, se così fosse, sarebbe certamente una cosa scandalosa. Chi scrive vi può riferire con certezza che si può guadagnare su Spotify ben più di cento dollari con molto meno di un milione di ascolti. Nello specifico, l’equivoco nasceva dal fatto che quella royalty – sottopagata o meno – era effettivamente solo quella percepita per diritti d’autore tramite PRS for Music (come si poteva rilevare esaminando con cura lo stesso articolo). Spotify paga però ben più di quell’importo alla label o all’artista indipendente che detiene il master. Insomma: era stata sparata una discreta bufala.

Chakmakian sarà anche un bravo artista, con un curriculum di tutto rispetto che include tra l’altro un paio di apparizioni nella serie di compilation “Buddha Bar”. Ma a ben vedere – proprio come il pezzo del Telegraph su Lady Gaga – non ci sta facendo vedere TUTTI i suoi introiti su Spotify o Rhapsody o altri servizi qui non citati (iTunes, che è l’80% del mercato o almeno lo era fino a qualche mese fa; per il sottoscritto, personalmente, sta andando a picco).
Ci sta invece solo facendo vedere due dati: uno statement della BMI (una delle tre consorelle SIAE americane) relativo peraltro solo a pubblica esecuzione su internet (e quindi non ai concerti live o a radio e club che suonano i suoi pezzi); e un altro che contiene un mese di royalty Soundexchange (in Italia un ente vagamente simile è SCF anche se non è proprio la stessa identica cosa: Soundexchange ripartisce anche soldi di artisti, non solo del produttore discografico, e anche per esecuzioni in radio digitali e satellitari).

Da notare che Soundexchange lo paga due volte: prima come “featured artist” cioé artista principale o che è comunque citato insieme all’artista principale (quindi “Tizio vs. Caio” o “Tizio featuring Caio” sono entrambi “featured” e si spartiscono questa royalty; il turnista, il remixer o altre figure prendono una quota a parte molto più bassa, tipo il 5%).
La seconda volta lo paga come “repertoire owner”. Cioé come titolare del master (chiaramente è un’autoproduzione: è il discografico di se stesso).

Si nota poi un’altra incongruenza: diciamo che il primo statement fa 4,20$ e che questa somma va almeno raddoppiata per i soli introiti da streaming pagati dal sito al distributore (saranno i soliti CD Baby, Tunecore o simili) e da questo all’artista. Questi importi non passano certo per BMI.
Dallo statement si rilevano poche migliaia di play. E’ evidente che il periodo a cui fa riferimento lo statement di BMI non è lo stesso di Soundexchange. Riguardo questa seconda società, l’artista non ci dice quanti play ha avuto su ogni sito ma solo quanti soldi ha percepito da ognuno di essi. Per avere una somma del genere da SoundExchange servono 40.000-50.000 play come minimo.
Ricordo di aver ricevuto un loro assegno una sola volta: ammontava a circa 23$, dei quali il grosso erano royalty per una artista inglese che avevo sotto contratto e che solo su un sito (IMVU) aveva accumulato oltre 30.000 play. Come dicevamo, sono escluse altre royalty (quanti file scaricabili sono stati venduti su iTunes, Amazon, eMusic ecc.? Non è dato saperlo).

Quel “Grammy nominated”, poi, è certamente prestigioso, ma non tutti sanno che ogni anno diversi indipendenti semisconosciuti e distribuiti dallo stesso tipo di distributore digitale ottengono tale nomination. Insomma, l’espressione usata dall’editore del sito per “caricare” il titolo del post – senza nulla togliere ai meriti artistici del personaggio – sembra anch’essa discretamente fuorviante.

Una piccola controprova: pochi giorni fa il sottoscritto ha ricevuto un pagamento da CD Baby. Dentro c’erano soldi di Spotify. Il mio orribile pezzo che prende per i fondelli il “bunga bunga” ha totalizzato – sempre nel periodo di un singolo mese, gennaio 2014 – 14 play su Spotify e basta, guadagnando poco più di 3 centesimi di dollaro. Dalla SIAE o dalla BMI non riceverò nulla (non ho composto il pezzo, è un remake, l’autore è Clinton F. Sands). Da SoundExchange non prenderò nulla perché Spotify paga l’artista o label direttamente e non è un servizio che segue le norme standard del DMCA come Pandora, che è invece soggetto a licenza Soundexchange.

A questo punto chi scrive potrebbe cominciare a lamentarsi e sbraitare perché nessuno lo paga nonostante su Spotify – la cifra è visibile pubblicamente – ci siano oltre 17.000 ascolti su quel pezzo e svariate altre migliaia di play siano in YouTube. Cambiamo un attimo la prospettiva e introduciamo qualche elemento in più: la verità è che negli anni (dal 2010) ho incassato da questo brano circa 500$. Per la maggior parte da vendite iTunes, più qualcos’altro dal Content ID di YouTube. Peraltro, è anche possibile che – senza che io faccia alcunché – un dj compri il pezzo da un sito (o lo scarichi addirittura come file pirata!) e poi lo suoni per es. su un canale di Pandora o di Live365. A questo punto, in un prossimo futuro, potrei persino trovarmi a ricevere delle royalty da SoundExchange senza aver direttamente fatto nulla per far arrivare quel pezzo ai loro canali.

In conclusione: che normalmente chi scrive non riesca a pagare tutti i propri conti solo con le vendite di musica è un fatto, ma che siate artisti noti o meno noti, far vedere i dati di un mese a caso e per di più a metà, non ha veramente senso.