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Google compra Rightsflow: i retroscena

Che se ne fa un colosso come Google di una piccola società come Rightsflow, Inc.?

Con base a New York, nata da una costola di eMusic nel 2007, questa società fornisce servizi piuttosto specifici ad operatori del mercato musicale online.
In pratica, permette di fare da ponte tra siti (ed altri operatori) ed editori musicali, un po’ come una “SIAE” del terzo millennio.

Attività interessantissima ed economicamente rilevante, ma di fatto nota solo agli addetti ai lavori.
Non è un caso che Rightsflow si sia formata con un pezzo importante del vecchio team di eMusic, che per primo aveva messo in piedi un ottimo ufficio royalty che intratteneva rapporti direttamente anche con gli editori. In quell’ufficio operava una tale Cheryl Bobiy, oggi Breindel, oggi uno dei punti di forza di Royaltyshare, società che opera in un settore analogo a quello di Rightsflow ma in realtà sconfina in attività di management dei repertori digitali online, sia per la musica che per i libri.

Insomma, due società altamente innovative nella gestione delle royalty digitali derivano da quell’ufficio di eMusic.

Torniamo a bomba. Perché mai dunque Google vorrebbe mettersi in tasca un gioiellino del genere, e quale potrebbe esserne l’utilizzo pratico?
Chi scrive è anche editore musicale. In America, licenziare un brano per la pubblicazione su supporto fisico o l’utilizzo online non richiede sempre una licenza come quella SIAE. Ci si può rivolgere alla Harry Fox Agency e stipulare una licenza tramite Songfile; ma ci sono anche utilizzi per i quali basta avvertire il titolare – l’editore musicale – che non può rifiutarsi di concedere la licenza obbligatoria.
Dopo tale notifica, l’unico obbligo è poi quello di corrispondere regolarmente le royalty, in seguito.

Rightsflow fornisce anche un sistema per i privati, analogo a quello di Songfile, per certi versi. Si chiama Limelight ed è utilizzato anche da un nome notissimo come CD Baby, che lo consiglia ai propri utenti.

Qualche settimana addietro, il sottoscritto, che non aveva mai avuto alcun contatto con Rightsflow, si è trovato nella posta una busta con il logo di questa compagnia. Dentro, una richiesta per l’utilizzo di un brano poco noto.
La richiesta era effettuata per conto di un cliente importante: Google, nella persona del CEO Larry Page.
In pratica, era il segnale dell’espansione e del lancio vero e proprio di Google Music.

Inviare le notifiche di cui sopra a una miriade di soggetti (un brano può avere anche più editori musicali, che si spartiscono le quote di diritti) può essere lungo e tedioso. Tenere traccia dei pagamenti e pagare regolarmente gli aventi diritto, se fate più che un utilizzo occasionale, può essere un problema.

Ecco perché ci si affida ad intermediari, ad “agenzie” come Rightsflow; ed ecco spiegato perché Google ha pensato bene di comprarsi la baracca.

Musica digitale: King Crimson contro Grooveshark

Sfida a distanza tra Grooveshark, servizio musicale emergente, e Robert Fripp dei King Crimson: una intricata storia di discografia & copyright

Lo scorso 13 ottobre il bravo Paul Resnikoff di Digital Music News ha dato notizia di una vicenda complessa che si protrae da alcune settimane e che vede contrapposti un noto gruppo musicale ed un sito emergente tra i vari fautori dello streamingfreemium” (ossia che abbina servizi gratuiti e a pagamento); in altre parole, uno dei potenziali concorrenti di Spotify.

Un gruppo non immune in passato a problemi con la distribuzione digitale – i King Crimson – si ritrova coinvolto nuovamente in una vicenda che riguarda la musica online ma che non è però riducibile una banale violazione di copyright.

Mentre scriviamo queste righe, i brani a nome dei King Crimson sembrano essere finalmente scomparsi da Grooveshark. Non è così per tutto il materiale a nome di Robert Fripp, che è un nome coinvolto in molti progetti e collaborazioni. Ad ogni modo il problema resta: in Grooveshark – servizio musicale che punta ad essere pienamente legale e che ha stipulato anche un accordo con una delle major del disco, EMI, oltre che con parecchie altre strutture più piccole – non ci sono filtri del tipo presente in YouTube o SoundCloud e gli utenti continuano ad uploadare liberamente materiale.

Per cui nonostante Robert Fripp e soci tentino in ogni modo di inviare richieste di rimozione del materiale non autorizzato, questo ricompare. Ma i King Crimson hanno quarant’anni di storia e una vicenda discografica complessa, ed è questa una delle cause dei problemi di cui sopra; in pratica, pur non essendo legati a una major e pur essendo Fripp titolare dei vecchi master discografici del gruppo, gli stessi sono usciti anni addietro su etichetta Virgin/EMI. Per cui periodicamente sono emersi problemi per questa vecchia relazione tra etichetta e artisti. In particolare, nel 2007 Fripp lamentava che EMI senza alcuna autorizzazione aveva incluso materiale del gruppo in vari servizi musicali online e ciò nonostante l’accordo di licenza fosse terminato nel 2003 e la stessa non includesse affatto i download. Ma già nel 2004 Fripp aveva accusato apertamente la major di pirateria, avendo la stessa inviato materiale del gruppo a società come come Od2 e persino all’iTunes Music Store.

Oggi, pur non avendo EMI alcuna responsabilità nel pasticcio, dalle parti di Grooveshark si sono trovati un po’ perplessi quando e-mail da Fripp e collaboratori vari hanno cominciato a riempire la casella del “senior vice president” Paul Geller. E il tutto perché gli upload pur non provenendo da fonti ufficiali EMI come invece accaduto in passato con altri siti, sembravano relativi a release Virgin/EMI. E quindi coperti dagli accordi in corso. Allo stesso tempo però il nome del gruppo non era incluso in una “blacklist” che EMI ha trasmesso a Grooveshark. E ciò perché – come sappiamo e come invece Grooveshark ignorava – i King Crimson da tempo non sono più parte del catalogo EMI.

In tutto ciò, il sito che ha dato notizia della vicenda (essendo stato messo in cc: da Robert Fripp) e che ha diffuso parte delle comunicazioni via e-mail tra le parti coinvolte, si è ritrovato tirato in mezzo: l’ultimo post sull’argomento, datato 17 ottobre, mostra un Paul Geller stizzito per la pubblicazione a suo dire incompleta delle comunicazioni e quindi per una presentazione non proprio limpida dei fatti e dei vari punti di vista.

Sta di fatto che la scelta di Grooveshark di partire con materiale caricato da utenti (spesso di qualità non eccelsa o con nomi e titoli sballati) non è stata brillante e sembra riportare ai vecchi tempi, a pratiche discutibili messe in atto negli anni anche da nomi come MySpace, salvo poi cercare accordi a posteriori per sanare il pasticcio.

Quanto ai King Crimson, siamo certi che la parola fine ai loro problemi con mp3 e dintorni è ancora di là da venire…

(Si ringrazia Nicola D’Agostino per la collaborazione)

[Pubblicato su Mytech http://mytech.it/web/2011/10/18/musica-digitale-king-crimson-contro-grooveshark/]

Estensione di copyright in Europa: il pasticcio continua

L’Unione Europea allunga la vita del copyright per le registrazioni discografiche: salvi i master dei Beatles; luci e ombre del provvedimento

La Gran Bretagna – che pure avrebbe interessi discografici forti – aveva speso fiori di quattrini per commissionare studi e dire no, dopo vari cambi di schieramento. Tutto era fermo dal 2009. Il parlamentare europeo del Piratpartiet svedese Christian Engström aveva di recente cercato di bloccare un colpo di mano dei lobbysti pro-estensione. Invece all’improvviso, l’Unione Europea ha approvato una direttiva per portare il copyright sulle registrazioni discografiche da 50 a 70 anni.

Il tutto mentre in America si discute per anticipare la tutela federale del copyright proprio sullo stesso settore e quindi forse rivedere alcune parti della attuale legislazione; sembra abbastanza bizzarro che si sia verificato tutto questo, all’improvviso e senza un dibattito.

Qualcuno suggeriva anzi che essendo nel frattempo cambiato il Parlamento in seguito alle ultime elezioni, la procedura sarebbe dovuta ripartire da zero, cancellando la decisione di due anni fa che invece ieri ha fatto un passo avanti con l’approvazione della direttiva.

L’accelerazione sembra avere solo un motivo: le prime registrazioni dei Beatles, quelle fatte in Germania nel 1961 con Tony Sheridan e sotto l’egida di Bert Kaempfert, all’epoca produttore e talent scout per la Polydor, entreranno nel pubblico dominio come master il 1° gennaio 2012. In mancanza di una estensione, da allora e nello spazio di pochi anni, intere discografie sulle quali tuttora si regge l’industria delle major classiche del disco sarebbero diventate ripubblicabili a costi contenuti da una miriade di “budget label”, semplicemente pagando i costi della SIAE o delle sue consociate estere.

L’Europa bissa così in un certo senso i contenuti della legge americana, senza arrivare agli eccessi dei 95 anni ventilati anni fa da qualcuno, né a quelli del copyright “eterno” che sembra risultare dal caso Capitol v. Naxos di qualche anno addietro (anche quello essenzialmente messo su per tutelare i master di Beatles & co. possibilmente senza fine).

Gli stati hanno ora due anni di tempo per ratificarla. Qualcuno – come Abba, Mick Jagger e U2 – canta già vittoria. Jim Killock di Open Rights Group parla di “disastro culturale” e riferisce che gli studi mostrano che il 90% delle somme verrebbe incamerato dalle label.

Vanno però fatte alcune riflessioni:

1) riusciranno paesi come Gran Bretagna e Italia, i cui governi hanno al momento problemi più seri da affrontare dell’estensione del copyright – di cui beneficerebbero essenzialmente un pugno di società e forse solo qualcuno degli interpreti – ad approvare nel giro di meno di tre mesi la suddetta ratifica, prima che qualcuno cominci a ripubblicare il materiale del 1961?

2) come nota un commentatore sul blog di Christian Engström, del Partito Pirata svedese: “Se scopro una cura per il cancro, posso ottenere un brevetto sulla mia invenzione ed essere tutelato per 20 anni. Ci vuole una piccola fortuna per ottenere il brevetto – specialmente se voglio essere tutelato in tutto il mondo – e bisogna scrivere e inviare tonnellate di documentazione. Se prendo un microfono e canto una canzone, quella registrazione è ora automaticamente protetta per 70 anni, a livello globale, senza alcun costo o sforzo”.

3) Che succederà quindi alle label che hanno già stampato materiale più vecchio di 50 anni (ma che non ha ancora raggiunto i 70 dalla prima pubblicazione)? In altre parole, per fare un esempio pratico (ma ce ne potrebbero essere una miriade così) quella stessa EMI che beneficerebbe dell’estensione per i master dei Beatles potrebbe ritrovarsi citata in giudizio per aver sfruttato in Europa master di altri artisti che in origine non erano suoi, ma che in Europa erano divenuti di pubblico dominio nel 2005? La direttiva sarà pienamente retroattiva o no?

Se quindi una parte importante dell’industria musicale sembra salutare con favore questa mossa, a chi scrive sembra che ci siano tutte le premesse per ingarbugliare ulteriormente una situazione già complessa, in un settore che avrebbe bisogno di chiarezza, semplificazione e di una boccata di ossigeno per un mercato – in particolare quello dei supporti fisici – agonizzante da oltre un decennio.

[Pubblicato da Mytech]

Megaupload, la grande truffa dei cyberlocker?

Un giro enorme di utenti e di file, moltissime violazioni di copyright reali o potenziali, un solo beneficiario: il suo pittoresco proprietario. L’avventura (a rischio) di Megaupload e dei suoi “fratelli”

Che Megaupload fosse un sito in cui la gran parte dei materiali circolanti è formata da file pirata di ogni genere (film, musica, programmi per computer e via dicendo) è cosa nota, come pure che negli ultimi anni i titolari di copyright e i loro legali abbiano tenuto d’occhio il fenomeno e abbiano cominciato ad intentare le prime azioni legali nei confronti di questo sito.

Per esempio Perfect 10, una casa produttrice di materiale per adulti, lo scorso febbraio, accusava Megaupload di ripetute violazioni della normativa statunitense. Peraltro, Megaupload non solo non aveva rimosso una serie di file dopo aver ricevuto lo scorso anno regolari notifiche dai rispettivi titolari; ma neppure sembra rispettare le minime formalità previste dal DMCA, omettendo ad esempio di pubblicare nominativi e contatti del personale incaricato di far rispettare le regole.

Ma dietro quello che potrebbe essere un locker perfettamente a norma e per certi versi affine sia ai servizi cloud recentemente lanciati o annunciati da nomi come Apple, Amazon o Google, che ad altre soluzioni già utilizzate da tempo per spedire, salvare o condividere file online (da Dropbox a YouSendit) c’è una complicata ragnatela che – a parte le violazioni di copyright reali o potenziali – rasenta il confine della truffa su vasta scala.

Nomi e siti si moltiplicano, quasi a voler creare ulteriore caos: dal noto Megaupload allo streaming di MegaVideo, fino a MegaLive, MegaPix, MegaBox e a un paio di nomi che lasciano poco alla fantasia, Megarotic e MegaPorn.

Non manca il materiale autorizzato (ecco per esempio un file autorizzato dai titolari: un videoclip del gruppo Nylon Pink) ma sembra veramente difficile da reperire, sepolto com’è sotto un’infinità di terabyte di file di dubbia provenienza, lasciati in pasto al pubblico della Rete.

Ci sarebbero dei programmi che promettono ricompense per gli utenti: caricate file, verrete pagati un tot per ogni utente che scarica o guarda in streaming. Il problema è che tutto ciò è alquanto dubbio.

Esempio pratico: chi scrive lo scorso anno ha provato a caricare tre filmati di pubblico dominio su Megaupload e Megavideo. Due non hanno avuto praticamente riscontri. Uno ha invece ottenuto oltre 10000 download. Risultato? Solo poco più di un centinaio di “punti” accreditati, come se il 99% degli scaricamenti non contassero nulla. Non solo: poco tempo dopo la sezione “rewards” è scomparsa del tutto da Megaupload, mentre si continuano a promettere analoghe ricompense per i siti “fratelli” a sfondo pornografico.

Nessun pagamento, dunque; e non è un caso isolato. In pagine web e forum si trovano messaggi di utenti che si lamentano di non aver mai ricevuto alcun pagamento nonostante i numerosissimi download ricevuti per i propri file.

Il dubbio sorge: non è che alla fine l’unico beneficiario sarà lui e basta, Kim Schmitz, spregiudicato (ma anche pregiudicato, per via di di alcune truffaldine vicende finanziarie avvenute nello scorso decennio) titolare del gruppo di siti?

Schmitz è un personaggio pittoresco, passato dai trascorsi di hacker a criminale finanziario con fedina penale non esattamente immacolata. Corpulento, si diverte a postare foto di se stesso accanto a belle donne e alla sua presunta flotta di aerei (non suoi). Poi “scompare” dalla Rete facendo sparire blog ma lasciandosi dietro tracce varie. Proprietario di automobili di lusso tra cui una Rolls (e sotto inchiesta per le immatricolazioni con dati falsi); nascosto ma non troppo da qualche parte in Asia, con base a Hong Kong (ma gli utenti cinesi non possono accedere ai suoi servizi, né gli stessi risiedono fisicamente in questo paese come server). Poi residente, pare, in Nuova Zelanda, dove avrebbe acquistato la casa più costosa del paese. Classe 1974, tedesco ma dotato di passaporto finlandese (?) “Kim Dotcom” o “Kimble“, come viene soprannominato, o anche “Kim Tim Jim Vestor” (nome taroccato con cui opera ad Hong Kong) sembra preso di peso da un clone trash delle pellicole di James Bond.

All’inizio dell’anno, su PaidContent, Joe Mullin dichiarava che il 2011 sarà probabilmente “l’anno in cui il P2P sarà finalmente eclissato dai cyberlocker“. E se un download di un torrent con centinaia di fonti può essere più rapido di un download diretto da un locker (e non essere funestato da intrusioni pubblicitarie) c’è decisamente del vero in questa dichiarazione. Gli ultimi 2-3 anni hanno visto un’escalation di questo tipo di servizi, alcuni dei quali peraltro dispongono di versioni a pagamento e – tra servizi premium e introiti pubblicitari – fatturano somme ragguardevoli, che certo non circolano in molti ambienti peer-to-peer.

Se alcuni locker concorrenti del network legato a Megaupload hanno avuto i loro problemini giudiziari (RapidShare, ad esempio) altri mantengono un basso profilo, più “pulito” e – pur offrendo anche ricompense in denaro, come Filesonic – sembrano in generale più corretti di Schmitz & c.

Un esempio pratico? Il citato Filesonic innanzitutto non è infestato da banner e popup. Poi è possibile integrarlo con un serivizio rispettabilissimo come DropBox; sulla propria homepage dà spazio all’”artista della settimana”, quindi a contenuti perfettamente legittimi, diffusi dagli stessi creatori; infine, le sue statistiche non saranno esaltanti come quelle di Megaupload ma il sito sembra davvero rimuovere file sospetti in tempi relativamente rapidi e accreditare qualche centesimo per i (pur pochi) download regolarmente ottenuti giorno per giorno.

Mentre il pubblico si sposta in massa su questo tipo di applicazioni, l’attenzione dei titolari di copyright si alza; e chissà se gli 007 di qualche paese sono a questo punto alla caccia di Schmitz, che ci immaginiamo spaparanzato al sole in qualche località esotica, in dolce compagnia e con la Rolls Royce Phantom intestata a chissà chi, parcheggiata poco lontano.

In chiusura, però, vale la pena fare una precisazione; dopotutto Schmitz non deve avere troppo da temere dalla recente e strombazzata citazione in giudizio: Perfect 10 – società nata per pubblicare un omonimo magazine stile Playboy, che ha cessato le pubblicazioni nel 2007 dopo 10 anni senza mai riscuotere troppo successo – negli anni si è guadagnata la poco onorevole reputazione di “copyright troll“, con cause non esattamente motivate nei confronti di grossi nomi come Amazon, Microsoft, Google, CCBill. Come dire: una società che non avendo avuto particolare successo con i propri contenuti, tenta di fare business model con le azioni legali.

Spesso però finendo bastonata in tribunale, come è successo lo scorso anno in un caso che la vedeva contrapposta a RapidShare, che a sua volta ha deciso di rivalersi su Perfect 10

[Pubblicato su Mytech, http://mytech.it/web/2011/09/03/megaupload-la-grande-truffa-del-filesharing/]

Copyright note found onto an Amy Winehouse bootleg cd

Surreal note on the back cover of “Summer Sundae Festival” (cd-r, MS Productions):
“The copyright in the recording is owned by anybody out there. Made somewhere in some place. Probably this cd-audio arrived to your hands magically. It’s a mystery… just enjoy.”

Musica online, un “leak” di troppo: il caso Ninja Tune

Musica pubblicata in rete prima dell’uscita ufficiale: un classico; spesso, con la complicità di persone interne a label e studi di registrazione. Talvolta a fini di autopromozione; in altri casi, con conseguenze imprevedibili…

Leaking: pubblicare brani musicali in Rete, illegalmente, prima dell’uscita ufficiale. Una pratica difficile da fermare. Forse anche inutile da perseguire: dopotutto “any publicity is a good publicity”. Succede a tutti i grandi nomi, da anni, ormai sembra parte della campagna promozionale (e talvolta è proprio così).

Fa così un po’ scalpore il caso dell’etichetta Ninja Tune, che se la prende con il giornalista responsabile di un leak, peraltro neppure su artisti troppo noti. Ma andiamo con ordine.

Anche quando non c’è il placet degli aventi diritto, normalmente i brani oggetto di tali “anteprime non autorizzate” partono da qualcuno molto vicino all’artista originale e che ha accesso diretto, magari temporaneamente, ai master: persone interne alla label discografica; dipendenti di studi di registrazione. E via dicendo.

Così si può sentire di leak capitati con brani di Madonna, Vasco Rossi, Beyoncé, Guns n’ Roses e via dicendo. E’ successo a Lady Gaga col suo ultimo album, continuerà a succedere a nomi noti e meno noti.

Di solito c’è qualche lamentela da parte dell’artista o dell’etichetta. Poi il disco esce (e la gente già ne parla anche per via delle anteprime scaricate “illegalmente”…) e tutto rientra nella normalità. Più raramente ci sono guai seri: come accadde nella vicenda dei Guns n’ Roses del 2008, che portò all’intervento dell’FBI ed all’arresto del blogger Kevin Cogill, che si dichiarò poi colpevole e subì un processo durato circa un anno.

Il disco dei Guns peraltro non ebbe gran successo e non per colpa del “pirata” digitale. Curiosamente, i Guns sono anche il primo gruppo entrato – grazie a un leak - in una classifica radiofonica, senza che il disco fosse stato pubblicato.

E ritorniamo a luglio 2011 e al caso della Ninja Tune: come riferito da Digital Music News, l’etichetta di culto fondata dal duo di dj inglesi Coldcut, su un proprio blog svela che il leak a danno di due nuove uscite è opera di tale Benjamin Jager, in forza alla pubblicazione tedesca Backspin. Che ora verrà “punita” e tagliata fuori dalla distribuzione di promo.

Il tutto grazie a tecniche di watermarking sul materiale audio, che ha permesso di risalire alla copia distribuita illegalmente.

Ma il leak dunque non è promozione per Coldcut & company? E non è strano che questa azione arrivi proprio da loro, almeno in apparenza paladini delle violazioni di copyright a fini artistici (i Coldcut hanno una lunga esperienza nel sampling audio e video di lavori altrui e nel “riciclaggio” sonoro, dopotutto)?

Dichiara la label: “E’ molto difficile per artisti giovani ed emergenti riuscire a vivere della propria musica; la gente che carica in rete la loro musica mesi prima che sia commercialmente disponibile non sta facendo loro un favore“.

Il ragionamento non fa una piega: e dopotutto i Coldcut tanti anni fa non facevano mistero di rilasciare permessi anche gratis a produttori casalinghi che volessero riutilizzare qualche loro frammento; ma allo stesso tempo si fecero pagare profumatamente quando un loro “breakbeat” fu richiesto come base per un pezzo di George Michael.

Come dire: si possono avere idee anche molto aperte in tema di copyright; ma ciò non esclude il tutelarsi da utilizzi commerciali spregiudicati o da distribuzioni pirata. Un frammento campionato e rielaborato a fini non commerciali è ben diverso dalla distribuzione non autorizzata – e per di più in “anteprima” – di un lavoro completo…

[Pubblicato da Mytech]

Peer-to-peer: Jammie Thomas/RIAA, l’epopea continua

Sorpresa: ancora un round nell’epica (interminabile?) battaglia tra il colosso della musica RIAA e Jammie Thomas-Rasset. Situazione – ancora una volta – capovolta. Verremo mai a capo del più clamoroso caso su copyright e peer-to-peer?

Viene da chiedersi se l’epopea avrà mai una fine, quante altre battaglie potranno essere combattute e quante altre volte il risultato potrà essere rivoltato come un guanto.

Stiamo parlando della complessa ed annosa vicenda giudiziaria che vede da una parte i discografici americani rappresentati dalla solita RIAA, e dall’altra Jammie Thomas-Rasset, utente della Rete, rea di aver scambiato un mucchietto di file musicali in Kazaa, ormai sei anni addietro.

Qualche giorno fa, il 22 luglio, il terzo processo si è concluso con la riduzione della multa a carico della Thomas-Rassett a 54.000 dollari di danni, somma peraltro già apparsa in un precedente grado del processo, ma poi riportata all’astronomica cifra di 1 milione e mezzo di dollari.

Breve riepilogo: nell’agosto di 6 anni fa, Jammie si era vista recapitare una classica letterina di “cease and desist” dalla RIAA. Alla diffida era accompagnata una richiesta di pagamento: la Thomas aveva apparentemente condiviso 24 file mp3 in Kazaa nel febbraio del 2005, commettendo così una violazione di copyright. La donna rifiutò di pagare e l’anno dopo si vide citare in giudizio da parte delle major del disco.

Con un “tira e molla” a dir poco storico, la Corte Distrettuale condannò la Thomas prima a pagare 222.000 dollari di danni, nel 2007; due anni dopo la somma raggiunse la bellezza di 1.920.000 $, per poi essere ridotta dal giudice Michael J. Davis a soli 54.000 dollari. I discografici proposero addirittura un accordo che avrebbe consentito alla Thomas-Rasset di uscire dal caso pagando solo 25.000 bigliettoni. La caparbia donna e i suoi tenaci difensori risposero che avrebbero pagato al massimo i danni reali: 24 dollari. Un terzo processo civile si è chiuso a novembre 2010 nuovamente con una cifra importante, come dicevamo: 1.500.000 dollari.

Nuovamente, il giudice distrettuale Davis ha ora riportato la somma a 54.000 dollari. Davis è convinto che la donna sia colpevole e che abbia anche mentito in alcuni punti, per esempio cercando di attribuire le sue azioni ai figli o all’ex fidanzato; ciononostante, il giudice, che ben conosce il caso, ha di nuovo ritenuto di dover ridurre la sanzione che gli era apparsa eccessiva.

A questo punto però entrambe le parti restano in silenzio e valutano cosa fare: su CNET, Greg Sandoval riferisce che la RIAA è in disaccordo con la sentenza e sta valutando le prossime mosse da intraprendere. Nessun commento dai legali di Jammie, ma è tutt’altro che impossibile un ricorso alla Corte Suprema.

Jammie Thomas aveva 28 anni e veniva descritta come “ragazza madre” all’inizio del caso. Ne ha 34 adesso ed è sposata dal 2009. Kazaa esiste ancora ma è sconosciuto ai più ed è peraltro un servizio legale, in abbonamento, di proprietà di una società chiamata Atrinsic, Inc. La sua versione “corsara” – che circolò dal 2001 più o meno fino al 2006 – sembra un lontano ricordo. Probabilmente i più giovani adepti del filesharing non lo hanno mai neppure incrociato; tutta la vicenda comincia a sembrare surreale, quasi situata in un’altra epoca, per i tempi di Internet e della tecnologia.

Da più parti si fa notare come il caso – che avrebbe dovuto essere una pietra miliare, l’esempio col quale porre definitivamente un freno alla pratica della condivisione non autorizzata di file – finora sia stato solo un immenso spreco di tempo e denaro, oltre a non aver fatto bene all’immagine dei discografici stessi.

Speriamo che il 2011 segni la sua conclusione e che Jammie Thomas-Rasset possa conoscere il suo fato, perlomeno prima di avere anche dei nipoti…

(Si ringrazia Nicola D’Agostino per la collaborazione)

[Pubblicato da Mytech]

Universal: class action degli artisti per il digitale

Dopo il caso Eminem, si allunga la lista degli artisti che pretendono un trattamento diverso per le vendite di mp3: guai in vista per le major?

Nuovi guai per Universal: un gruppo di artisti prepara una class action per le royalty digitali.

Tutto comincia con Eminem, o meglio con la sua ex casa di produzione FBT e una causa che la contrapponeva ad Universal Music Group per le royalty relative alla distribuzione di musica online.

Per Universal, un mp3 è una “vendita” e quindi le royalty sono calcolate come si calcolano le vendite dei dischi. Con percentuali a favore dell’artista non proprio entusiasmanti (d’altra parte il costo del supporto fisico e i costi collaterali come grafica, studio di registrazione, promozione ecc. sono tutt’altro che trascurabili).

Nell’mp3, però, i costi si riducono drasticamente. Spesso, si tratta solo di riciclare materiale di catalogo nel nuovo formato digitale. E i contratti tra label e siti web fanno riferimento a una licenza: l’etichetta concede in licenza un master, che poi viene venduto da siti e servizi online oppure incluso in formule di abbonamento, e via dicendo.

Può sembrare solo una questione di forma; così non è: nel licensing – pensiamo a utilizzi multimediali come film, dvd, videogiochi - il compenso di un artista raggiunge anche 50% dei proventi.

Il caso Eminem, o meglio FBT/UMG, si è chiuso con una sconfitta per la major: il giudice ha sostenuto la posizione della parte attrice. E’ una licenza, bisogna pagare di più.

A questo punto molti osservatori del mercato hanno pronosticato una valanga di azioni analoghe da parte di altri artisti e produttori. La prima è stata quella degli eredi di Rick James, superstar del funk. Era inizio aprile 2011.

Qualche giorno fa si sono aggiunti altri pezzi grossi: come riferisce Hypebot, Rob Zombie, White Zombie, Whitesnake e Dave Mason sono i nomi coinvolti in una class action contro UMG, depositata alla Corte Distrettuale di San Francisco.

Universal per ora resta sulle sue posizioni: il contratto relativo ad Eminem era un caso particolare, non lo standard. Allo stesso tempo, molti altri legali studiano azioni simili per i propri clienti. Dunque le major del disco hanno da temere dal mondo degli mp3 legali più danni di quanti non ne abbia mai fatto il peer-to-peer non autorizzato? Una grana non da poco, in un momento molto delicato per il mercato.

Curiosità finale: in realtà dal caso Eminem, paradossalmente, chi non guadagnerà nulla è proprio l’artista stesso (!). Lo ha rivelato il 18 maggio MTV RapFix: in pratica, l’artista non si è unito in prima persona all’azione legale, che è stata portata avanti dai produttori di FBT. Ciò forse per non irritare la major, che è anche proprietaria di Interscope, la struttura con cui Eminem lavora tuttora.

Fatto sta che in mancanza di un accordo ad hoc (o di una ulteriore azione legale) nulla sarà dovuto da FBT a Marshall Bruce Mathers III

[Pubblicato da Mytech]

Bluebeat risarcisce EMI: no alla simulazione psicoacustica

Un bizzarro caso di copyright del 2009 si chiude, almeno in parte: EMI risarcita da Bluebeat per i brani dei Beatles

C’è voluto oltre un anno ma, dopotutto, la bizzarra spiegazione da fantascienza di BlueBeat per giustificare l’uso dei master discografici dei Beatles e di altri artisti senza permesso, al giudice non è andata giù. E BlueBeat ha finito pochi mesi dopo col risarcire EMI. I legali di BlueBeat paradossalmente cantano vittoria. Nessun commento da parte dei discografici.

Il sito rendeva disponibili migliaia di brani commerciali, venduti al prezzo stracciato di 25 centesimi di dollaro, ma – pur essendo questi identici agli originali – affermava di non aver rubato alcunché: “simulazione psicoacustica“, aveva detto nell’autunno 2009 Hank Risan, proprietario della società, che affermava di vendere una sorta di rifacimento, di cover ultra-fedele all’originale. Che però era stata realizzata a partire dai cd disponibili commercialmente e per di più spacciata assieme a copertine e titoli di album ufficiali con tanto di menzione della label d’origine.

La casa discografica dei Beatles, EMI, aveva reagito con una citazione in giudizio. In quei giorni peraltro nessuno poteva vendere legalmente la discografia dei Fab Four: lo stesso Apple iTunes non aveva ancora in mano le relative licenze; ci si sarebbe arrivati, finalmente, solo un anno dopo.

A dicembre 2010, mentre i Beatles “legali” facevano la loro comparsa in Rete, il giudice federale Josephine Staton Tucker liquidava così le affermazioni di Risan: “l’oscuro e indefinito linguaggio pseudo-scientifico sembra solo un modo prolisso per descrivere il ‘campionamento‘, ossia la copia, e non riesce a fornire alcuna prova concreta di creazione indipendente”.

Oggi, BlueBeat chiude il caso e – c’è da dirlo – a Risan va anche “di lusso”: con “soli” 950.000 dollari raggiunto l’accordo per i danni a suo tempo cagionati ad EMI.

E diciamo “soli” perché si tratta di un accordo stragiudiziale. Una condanna sarebbe stata decisamente più severa ed avrebbe portato quasi certamente alla chiusura del sito, oltre che a un risarcimento astronomico agli aventi diritto.

BlueBeat – caso Beatles a parte – sembra ora pienamente legale, ma allo stesso tempo ha (ancora!) cambiato business model, alla chetichella.

Vediamo perché. BlueBeat continua a distribuire musica, ma non vende più nulla. Fornisce stream gratuiti ascoltabili a 160 o 320kbps. E l’unica fonte di guadagno sembrerebbero i link di affiliazione ad Amazon ed iTunes e qualche link e banner di Google AdSense. Insomma niente di veramente “forte” che garantisca il futuro di un servizio così dubbio. Cliccando su un album “ascoltabile”, però, non si apre l’album ma un “canale radio” che suona qualcosa di quell’artista ma anche brani di artisti simili. Per esempio, cliccando su un disco degli Everly Brothers si finisce in una radio che suona un loro brano ma subito dopo passa a Gene Vincent. O cercando di aprire “Confessions on the dance floor” di Madonna si finisce ad ascoltare un mix esteso de “La Isla Bonita”…

E’ sparita la menzione delle label ma restano le grafiche originali. Altri album ancora non portano a nessun link, come una raccolta di brani “Italo Disco Collection vol.2”. Ci sono titoli e artisti ma non si ascolta nulla.

You are listening to fully-licensed simulated performances”, dice ancora ambiguamente il sito nella pagina da cui si effettua lo streaming di un brano. E subito dopo “©2011 BlueBeat.com“. Particolare inquietante: secondo Billboard, il sito starebbe cercando di registrare 800.000 copyright (!). Di cosa? Non staranno per riprovarci con la storia della simulazione psicoacustica?

Di fatto, BlueBeat si è per ora riciclato in radio online non interattiva, apparentemente con tanto di licenze da nomi come SoundExchange e BMI, che appaiono linkati nel Facebook ufficiale. Non manca neppure la versione app” per iPhone.

Il tutto insomma farebbe pensare a un business più tranquillo e meno rivoluzionario, ma anche a un profilo più basso.

Forse forse la legalità potrebbe anche essere salvaguardata (ma non è chiaro se BlueBeat abbia davvero licenze con gli enti di cui sopra): di certo però non si vede perché il pubblico dovrebbe scegliere un sistema così macchinoso rispetto alla miriade di alternative per ascoltare musica legale e gratuita

Pubblicato su: http://mytech.it/web/2011/03/29/bluebeat-risarcisce-emi-no-alla-simulazione-psicoa/

LimeWire, dal giudice no alle esose richieste delle major

Sorpresa: nel caso LimeWire il giudice rigetta le astronomiche richieste dei discografici; per le major è ora di cambiare strategia?

Continua…