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Wal-Mart, addio alla musica digitale

Il colosso della grande distribuzione getta la spugna: per il grande pubblico Wal-Mart non è mai stato un buon posto per comprare mp3; e, dietro le quinte, il destino del vecchio Liquid Audio

A dargli uno sguardo mentre scriviamo queste righe il 10 agosto 2011, su mp3.walmart.com sembrerebbe tutto regolare: un brano di Katy Perry in cima alla classifica, spot che segnalano la presenza della soundtrack di Cars 2, persino un feed che segnala le ultime novità apparse solo poche ore fa.

Insomma un negozio di musica formato mp3 in piena attività; nulla che lasci presagire che il sito chiuderà i battenti il 29 agosto, segnando l’uscita di Wal-Mart, colosso della grande distribuzione negli Stati Uniti, dal mercato della musica digitale.

Ne dà notizia Digital Music News, citando un comunicato inviato a partner e titolari di contenuti.

Nonostante il nome e le dimensioni, Wal-Mart non aveva mai avuto particolare successo in questo settore, un po’ come le major del disco per anni non sono riuscite ad imporre propri servizi di distribuzione (Sony Connect, ad esempio) o formati e DRM proprietari.

La catena di supermercati utilizzava un fornitore il cui nome dirà poco ai più, ma che – nel bene e nel male – ha fatto la storia della musica online: Liquid Digital Media.

Erede (dal 2003) dell’originale Liquid Audio attiva a fine anni ’90 e fondata addirittura nel 1996, tra i primi servizi a vendere download tra il 1997 e il 1998, Liquid aveva un proprio formato (basato sul Fraunhofer AAC), un proprio player, addirittura occorreva acquistare un software (Liquifier Pro) per convertire i propri brani da inserire in distribuzione. Un sistema macchinoso e costoso, che però non mancò di farsi notare, per una breve stagione, anche per il tentativo di mettere su un circuito distributivo (Liquid Music Network) a cui apparteneva anche il primo sito italiano a dotarsi di licenza multimediale SIAE, Web Music Company.

Quella stagione fu però effimera: l’ascesa di Liquid si può dire conclusa tra il 1999 e il 2000, quando oltre a una pletora di concorrenti decisamente più accessibili, fece la sua comparsa la prima versione di Napster. Passato di mano appunto nel 2003 (ad Anderson Merchandisers, che già riforniva la catena di supporti musicali “tradizionali”) Liquid rinasce ma con una sola funzione: diventa il fornitore ufficiale di musica digitale per Wal-Mart.

Certo, un grande nome e una grande struttura: ma nel frattempo altri (a partire da CD Baby) fondano ampi circuiti distributivi, i cosiddetti aggregatori, che arrivano ad Apple iTunes e in altri servizi. Liquid sembra confinata nel suo ambito e non sembra produrre grandi risultati. Il formato nel frattempo è diventato il WMA di Microsoft, fino all’abbandono del 2008, in maniera non proprio elegante, per passare all’mp3 puro e semplice, senza protezione (curiosamente il comunicato attuale parla di fare salvi i vecchi file protetti: chi scrive era a conoscenza della loro inutilizzabilità già dal 2008…).

Ma anche dopo il passaggio al DRM-free le vendite continuano a latitare. E dopo altri 3 anni, Wal-Mart stacca del tutto la spina. Per il colosso significa poco. Può vendere migliaia di altri articoli diversi, e non sentirà molto la mancanza degli mp3, che la gente continuava comunque a prorcurarsi altrove.

Per Liquid, invece, potrebbe essere il canto del cigno: quel che resta di uno dei pionieri della musica online sembra destinato a non lasciare traccia. Perso l’unico cliente importante per la distribuzione di mp3, resta uno scarno catalogo discografico; già, perché a fine 2006 Anderson aveva pensato di trasformare Liquid anche in etichetta discografica.

Era stata contattata la prima (e finora unica…) artista, Ashlyne Huff, che però è uscita nel 2009 con un singolo digitale, l’anno dopo con un EP e solo nel 2011 con il primo album. Un po’ pochino.

Su Liquid.com si legge: “Liquid Digital Media is an artist-friendly, retail-driven record label, revolutionizing the music experience for the fans through leading-edge technology and industry experience“.

Dietro i termini entusiastici e pomposi del marketing c’è la fine di un sogno e il ridimensionamento a una piccola e banale label come tante. Che avrebbe potuto sfruttare la sinergia con Wal-Mart (e in effetti aveva cominciato a farlo per la promozione della Huff) e che ora invece si trova a dover vendere il proprio prodotto in file e cd passando – come tutti – per iTunes ed Amazon.

[Pubblicato su Mytech, http://mytech.it/web/2011/08/10/wal-mart-addio-alla-musica-digitale/]

Musica online, un “leak” di troppo: il caso Ninja Tune

Musica pubblicata in rete prima dell’uscita ufficiale: un classico; spesso, con la complicità di persone interne a label e studi di registrazione. Talvolta a fini di autopromozione; in altri casi, con conseguenze imprevedibili…

Leaking: pubblicare brani musicali in Rete, illegalmente, prima dell’uscita ufficiale. Una pratica difficile da fermare. Forse anche inutile da perseguire: dopotutto “any publicity is a good publicity”. Succede a tutti i grandi nomi, da anni, ormai sembra parte della campagna promozionale (e talvolta è proprio così).

Fa così un po’ scalpore il caso dell’etichetta Ninja Tune, che se la prende con il giornalista responsabile di un leak, peraltro neppure su artisti troppo noti. Ma andiamo con ordine.

Anche quando non c’è il placet degli aventi diritto, normalmente i brani oggetto di tali “anteprime non autorizzate” partono da qualcuno molto vicino all’artista originale e che ha accesso diretto, magari temporaneamente, ai master: persone interne alla label discografica; dipendenti di studi di registrazione. E via dicendo.

Così si può sentire di leak capitati con brani di Madonna, Vasco Rossi, Beyoncé, Guns n’ Roses e via dicendo. E’ successo a Lady Gaga col suo ultimo album, continuerà a succedere a nomi noti e meno noti.

Di solito c’è qualche lamentela da parte dell’artista o dell’etichetta. Poi il disco esce (e la gente già ne parla anche per via delle anteprime scaricate “illegalmente”…) e tutto rientra nella normalità. Più raramente ci sono guai seri: come accadde nella vicenda dei Guns n’ Roses del 2008, che portò all’intervento dell’FBI ed all’arresto del blogger Kevin Cogill, che si dichiarò poi colpevole e subì un processo durato circa un anno.

Il disco dei Guns peraltro non ebbe gran successo e non per colpa del “pirata” digitale. Curiosamente, i Guns sono anche il primo gruppo entrato – grazie a un leak - in una classifica radiofonica, senza che il disco fosse stato pubblicato.

E ritorniamo a luglio 2011 e al caso della Ninja Tune: come riferito da Digital Music News, l’etichetta di culto fondata dal duo di dj inglesi Coldcut, su un proprio blog svela che il leak a danno di due nuove uscite è opera di tale Benjamin Jager, in forza alla pubblicazione tedesca Backspin. Che ora verrà “punita” e tagliata fuori dalla distribuzione di promo.

Il tutto grazie a tecniche di watermarking sul materiale audio, che ha permesso di risalire alla copia distribuita illegalmente.

Ma il leak dunque non è promozione per Coldcut & company? E non è strano che questa azione arrivi proprio da loro, almeno in apparenza paladini delle violazioni di copyright a fini artistici (i Coldcut hanno una lunga esperienza nel sampling audio e video di lavori altrui e nel “riciclaggio” sonoro, dopotutto)?

Dichiara la label: “E’ molto difficile per artisti giovani ed emergenti riuscire a vivere della propria musica; la gente che carica in rete la loro musica mesi prima che sia commercialmente disponibile non sta facendo loro un favore“.

Il ragionamento non fa una piega: e dopotutto i Coldcut tanti anni fa non facevano mistero di rilasciare permessi anche gratis a produttori casalinghi che volessero riutilizzare qualche loro frammento; ma allo stesso tempo si fecero pagare profumatamente quando un loro “breakbeat” fu richiesto come base per un pezzo di George Michael.

Come dire: si possono avere idee anche molto aperte in tema di copyright; ma ciò non esclude il tutelarsi da utilizzi commerciali spregiudicati o da distribuzioni pirata. Un frammento campionato e rielaborato a fini non commerciali è ben diverso dalla distribuzione non autorizzata – e per di più in “anteprima” – di un lavoro completo…

[Pubblicato da Mytech]

Peer-to-peer: Jammie Thomas/RIAA, l’epopea continua

Sorpresa: ancora un round nell’epica (interminabile?) battaglia tra il colosso della musica RIAA e Jammie Thomas-Rasset. Situazione – ancora una volta – capovolta. Verremo mai a capo del più clamoroso caso su copyright e peer-to-peer?

Viene da chiedersi se l’epopea avrà mai una fine, quante altre battaglie potranno essere combattute e quante altre volte il risultato potrà essere rivoltato come un guanto.

Stiamo parlando della complessa ed annosa vicenda giudiziaria che vede da una parte i discografici americani rappresentati dalla solita RIAA, e dall’altra Jammie Thomas-Rasset, utente della Rete, rea di aver scambiato un mucchietto di file musicali in Kazaa, ormai sei anni addietro.

Qualche giorno fa, il 22 luglio, il terzo processo si è concluso con la riduzione della multa a carico della Thomas-Rassett a 54.000 dollari di danni, somma peraltro già apparsa in un precedente grado del processo, ma poi riportata all’astronomica cifra di 1 milione e mezzo di dollari.

Breve riepilogo: nell’agosto di 6 anni fa, Jammie si era vista recapitare una classica letterina di “cease and desist” dalla RIAA. Alla diffida era accompagnata una richiesta di pagamento: la Thomas aveva apparentemente condiviso 24 file mp3 in Kazaa nel febbraio del 2005, commettendo così una violazione di copyright. La donna rifiutò di pagare e l’anno dopo si vide citare in giudizio da parte delle major del disco.

Con un “tira e molla” a dir poco storico, la Corte Distrettuale condannò la Thomas prima a pagare 222.000 dollari di danni, nel 2007; due anni dopo la somma raggiunse la bellezza di 1.920.000 $, per poi essere ridotta dal giudice Michael J. Davis a soli 54.000 dollari. I discografici proposero addirittura un accordo che avrebbe consentito alla Thomas-Rasset di uscire dal caso pagando solo 25.000 bigliettoni. La caparbia donna e i suoi tenaci difensori risposero che avrebbero pagato al massimo i danni reali: 24 dollari. Un terzo processo civile si è chiuso a novembre 2010 nuovamente con una cifra importante, come dicevamo: 1.500.000 dollari.

Nuovamente, il giudice distrettuale Davis ha ora riportato la somma a 54.000 dollari. Davis è convinto che la donna sia colpevole e che abbia anche mentito in alcuni punti, per esempio cercando di attribuire le sue azioni ai figli o all’ex fidanzato; ciononostante, il giudice, che ben conosce il caso, ha di nuovo ritenuto di dover ridurre la sanzione che gli era apparsa eccessiva.

A questo punto però entrambe le parti restano in silenzio e valutano cosa fare: su CNET, Greg Sandoval riferisce che la RIAA è in disaccordo con la sentenza e sta valutando le prossime mosse da intraprendere. Nessun commento dai legali di Jammie, ma è tutt’altro che impossibile un ricorso alla Corte Suprema.

Jammie Thomas aveva 28 anni e veniva descritta come “ragazza madre” all’inizio del caso. Ne ha 34 adesso ed è sposata dal 2009. Kazaa esiste ancora ma è sconosciuto ai più ed è peraltro un servizio legale, in abbonamento, di proprietà di una società chiamata Atrinsic, Inc. La sua versione “corsara” – che circolò dal 2001 più o meno fino al 2006 – sembra un lontano ricordo. Probabilmente i più giovani adepti del filesharing non lo hanno mai neppure incrociato; tutta la vicenda comincia a sembrare surreale, quasi situata in un’altra epoca, per i tempi di Internet e della tecnologia.

Da più parti si fa notare come il caso – che avrebbe dovuto essere una pietra miliare, l’esempio col quale porre definitivamente un freno alla pratica della condivisione non autorizzata di file – finora sia stato solo un immenso spreco di tempo e denaro, oltre a non aver fatto bene all’immagine dei discografici stessi.

Speriamo che il 2011 segni la sua conclusione e che Jammie Thomas-Rasset possa conoscere il suo fato, perlomeno prima di avere anche dei nipoti…

(Si ringrazia Nicola D’Agostino per la collaborazione)

[Pubblicato da Mytech]

Musica online: il rilancio di Beatport

Un breve periodo di chiusura e poi il rilancio: una nuova fase per Beatport, il negozio di musica online preferito dai dj

Consente di scaricare brani in formato mp3, mp4 e wav; è specializzato solo in elettronica e dance; è attivo dal gennaio 2004, e da poco tempo online con una nuova versione: stiamo parlando di Beatport.

Non è il primo restyling: aggiornamenti importanti si erano già avuti in altre occasioni, nel 2005 e 2007. Il sito che ha sede a Denver, Colorado (ma con uffici anche a Berlino e New York) è di fatto la versione moderna del vecchio negozietto di vinili dove il dj andava a rintanarsi il sabato pomeriggio, spulciando tra le novità più insolite, tra i promo e i “white label” semianonimi, in cerca del potenziale successo da dancefloor da “sparare” in pista alla sera o da mandare in radio. O, per i più fortunati, si metteva in conto e pagava l’emittente.

Oggi quel mondo è quasi scomparso: manca forse il tipo di contatto umano del negozietto di cui sopra; ci sono però presenze in social network come Facebook e Twitter. E il nuovo Beatport permette di preascoltare ampi stralci dei brani, visualizzare la forma d’onda, trovare indicati i BPM per ogni pezzo (ecco un esempio).

Con una crescita del 31% nell’ultimo anno, Beatport ha tutte le carte in regola per restare al suo posto e migliorare ancora: lontano dai piani alti della musica online, dove risiede Apple iTunes, ma ben saldo nella propria – e tutt’altro che irrilevante – nicchia di mercato.

 

[Pubblicato da Mytech]

L’ascesa di Spotify, le mosse di Music Beta by Google

Spotify è finalmente attivo in USA: e punta a 50 milioni di utenti. Intanto Google non sta a guardare…

Le grandi manovre che potrebbero cambiare la faccia del “circo” della musica online continuano: Spotify, come ampiamente annunciato, è finalmente sbarcato negli Stati Uniti.

E i primi dati sono incoraggianti. Il noto servizio di streaming, che ha già all’attivo una discreta popolarità e 10 milioni di utenti in alcuni paesi europei, punta ad aggiungere la ragguardevole cifra di ben 50 milioni (!) di utenti statunitensi entro fine anno; ciò può sembrare un obiettivo fin troppo ambizioso. Ma d’altro canto, il fondatore Daniel Ek sembra fiducioso e anzi dichiara a CNN che le limitazioni (la necessità di ricevere un “invito” per entrare nel servizio) sono state implementate proprio per avere una crescita graduale e non “crollare” sotto il peso di troppi nuovi iscritti tutti insieme.

Un altro obiettivo decisamente ambizioso? Rendere disponibile tutta la musica registrata esistente al mondo: non solo i cataloghi delle major d’occidente quindi, ma musica asiatica, africana, sudamericana e via dicendo.

Con 15 milioni di brani in tasca, Spotify è sulla buona strada e – come abbiamo detto in altre occasioni – si candida ad essere il vero “juke-box celestiale” che la Rete attende da sin troppo tempo.

Ma uno dei principali (potenziali) concorrenti non sta a guardare: si tratta di quel Music Beta by Google nato in fretta e furia e quasi in contemporanea a iniziative simili di Apple ed Amazon. Se tutti questi servizi hanno in comune l’idea della “cloud“, della nuvola dove immagazzinare qualcosa e a cui accedere, piuttosto che avere i file sempre presenti sui propri apparecchi, va detto che la differenza principale è che le “nuvole” di Amazon e Google erano state lanciate senza permesso da parte dei detentori di diritti e quindi senza contenuto, proprio come “scatole vuote” da riempire coi propri file. Diversamente da quanto poi annunciato da Apple, e ovviamente anche dal vasto repertorio in streaming licenziato da Spotify. Google, però, sta da qualche tempo “riempiendo la scatola”. Non solo: di fatto è aperto anche a utenti nostrani. Anche se tuttora chi si reca su music.google.com trova un messaggio che riferisce che il servizio è limitato agli USA, chi aveva mesi fa richiesto un invito si è trovato ad avere accesso al servizio musicale di Mountain View.

Sorpresa: al primo accesso si possono selezionare i generi musicali preferiti (potete anche selezionarli tutti…) e ricevere brani ascoltabili gratis. Generalmente non si tratta di album completi ma di uno o più brani estratti da un disco. Il repertorio è però limitato: tutti questi brani arrivano da etichette indipendenti riconducibili all’aggregatore IODA, o da un’unica major: Sony. Come dire: qualcosa è stato fatto ma il grosso manca ancora all’appello.

L’upload dei propri brani già in proprio possesso lascia a desiderare: chi scrive è riuscito a caricare diverse centinaia di mp3 nel proprio account; allo stesso tempo ha ricevuto molti messaggi d’errore per file che Google ha incluso nella ricerca ma che non è riuscito a caricare (in alcuni casi, file protetti da DRM, ma anche semplici mp3 non protetti).

Insomma, di lavoro da fare ce n’é ancora molto, anche se qualcosa si è mosso a Mountain View; in attesa di vedere all’opera l’iCloud di Apple, solo Amazon resta al palo.

[Pubblicato da Mytech]

Universal: class action degli artisti per il digitale

Dopo il caso Eminem, si allunga la lista degli artisti che pretendono un trattamento diverso per le vendite di mp3: guai in vista per le major?

Nuovi guai per Universal: un gruppo di artisti prepara una class action per le royalty digitali.

Tutto comincia con Eminem, o meglio con la sua ex casa di produzione FBT e una causa che la contrapponeva ad Universal Music Group per le royalty relative alla distribuzione di musica online.

Per Universal, un mp3 è una “vendita” e quindi le royalty sono calcolate come si calcolano le vendite dei dischi. Con percentuali a favore dell’artista non proprio entusiasmanti (d’altra parte il costo del supporto fisico e i costi collaterali come grafica, studio di registrazione, promozione ecc. sono tutt’altro che trascurabili).

Nell’mp3, però, i costi si riducono drasticamente. Spesso, si tratta solo di riciclare materiale di catalogo nel nuovo formato digitale. E i contratti tra label e siti web fanno riferimento a una licenza: l’etichetta concede in licenza un master, che poi viene venduto da siti e servizi online oppure incluso in formule di abbonamento, e via dicendo.

Può sembrare solo una questione di forma; così non è: nel licensing – pensiamo a utilizzi multimediali come film, dvd, videogiochi - il compenso di un artista raggiunge anche 50% dei proventi.

Il caso Eminem, o meglio FBT/UMG, si è chiuso con una sconfitta per la major: il giudice ha sostenuto la posizione della parte attrice. E’ una licenza, bisogna pagare di più.

A questo punto molti osservatori del mercato hanno pronosticato una valanga di azioni analoghe da parte di altri artisti e produttori. La prima è stata quella degli eredi di Rick James, superstar del funk. Era inizio aprile 2011.

Qualche giorno fa si sono aggiunti altri pezzi grossi: come riferisce Hypebot, Rob Zombie, White Zombie, Whitesnake e Dave Mason sono i nomi coinvolti in una class action contro UMG, depositata alla Corte Distrettuale di San Francisco.

Universal per ora resta sulle sue posizioni: il contratto relativo ad Eminem era un caso particolare, non lo standard. Allo stesso tempo, molti altri legali studiano azioni simili per i propri clienti. Dunque le major del disco hanno da temere dal mondo degli mp3 legali più danni di quanti non ne abbia mai fatto il peer-to-peer non autorizzato? Una grana non da poco, in un momento molto delicato per il mercato.

Curiosità finale: in realtà dal caso Eminem, paradossalmente, chi non guadagnerà nulla è proprio l’artista stesso (!). Lo ha rivelato il 18 maggio MTV RapFix: in pratica, l’artista non si è unito in prima persona all’azione legale, che è stata portata avanti dai produttori di FBT. Ciò forse per non irritare la major, che è anche proprietaria di Interscope, la struttura con cui Eminem lavora tuttora.

Fatto sta che in mancanza di un accordo ad hoc (o di una ulteriore azione legale) nulla sarà dovuto da FBT a Marshall Bruce Mathers III

[Pubblicato da Mytech]

CD Baby: Tunecore aumenta i prezzi? Venite da noi

Un distributore di musica aumenta i prezzi per pubblicare su iTunes & co.: e la concorrenza ci va a nozze…

Se questo fosse un film, lo potremmo intitolare: “2011: Fuga da Tunecore“.

Chi scrive qualche settimana fa si è visto recapitare da un’amica cantante un messaggio standard del distributore musicale Tunecore.

Era il momento di versare la cifra annuale per il rinnovo dei servizi (Tunecore non lavora con percentuali ma con cifre fisse pagate all’inizio e poi di anno in anno).

La distribuzione di un singolo era ancora ferma a 9,99$, come nel 2008 quando il brano in questione era stato pubblicato.

Invece, per un album uscito nel 2009, i cui costi distributivi ammontavano originariamente a 19,98$ e il cui rinnovo lo scorso anno era stato effettuato allo stesso prezzo, c’era una richiesta particolare: 49,99 dollari.

L’importo non è casuale: Tunecore di fatto avrebbe ampliato la lista di servizi e modificato in parte la propria offerta, annunciando ufficialmente il 12 maggio scorso le varie novità.

Ma l’aumento del 150% delle tariffe ha scioccato non pochi musicisti indipendenti, nelle scorse settimane. Diversi artisti hanno cominciato a lavorare col sito quando il costo della distribuzione era di soli 7,98 dollari. Molti – non utilizzando più dei pochi servizi di base – meditano di lasciare il servizio e rivolgersi alla concorrenza.

Che non sta a guardare: ReverbNation ed altri già si starebbero muovendo, tentando i clienti di Tunecore con offerte per trasferire il proprio repertorio.

Chi però ha battuto tutti sinora è CD Baby; il popolare distributore indipendente e fornitore n.1 di Apple iTunes ne ha fatta una delle sue: ha lanciato un sito ad hoc all’indirizzo cdbabylovesyoumore.com.

Il sito che ha cambiato il modo di distribuire musica e che ha aiutato oltre 250.000 artisti a restare in sella per oltre un decennio, invita apertamente alla fuga da Tunecore ma anche da ReverbNation e altri concorrenti: tariffe scontate del 50% per tutti e nessun costo annuale (CD Baby si regge sulle percentuali, in caso di vendite).

L’offerta è valida solo per i titoli già pubblicati in Tunecore e altri distributori della concorrenza; contattando cdbaby {at} cdbaby(.)com, scrivendo “Switch to CD Baby” nell’oggetto e i propri dati nel messaggio, si potrà accedere all’offerta, aggressiva e decisamente furba.

CD Baby vi ama di più”, dice lo slogan. Come dargli torto? ;)

(Si ringrazia Nicola D’Agostino per la collaborazione)

[Pubblicato su Mytech, http://mytech.it/web/2011/05/19/cd-baby-tunecore/]

Musica online: 11 previsioni per il 2011

Come sarà il 2011 per la musica digitale? Con una virtuale “sfera di cristallo”, proviamo a immaginare qualche scenario…

Continua…

Cage Against The Machine – Facebook di nuovo contro X-Factor

Dagli utenti del social network, una nuova sfida (non del tutto riuscita) al programma televisivo britannico di “talenti” musicali: e come l’anno scorso i soldi andranno in beneficenza. Ma anche stavolta qualcuno avrà il suo bel tornaconto…

I quattro minuti e trentatré secondi di silenzio di John Cage contro gli esordienti del reality X-Factor.

Dopo la vittoria dell’anno scorso, ecco una nuova sfida-sberleffo per cercare di impedire che il patrono di X-Factor, Simon Cowell, piazzi un suo protetto in cima alle classifiche britanniche. Questa volta, però, è andata meno bene.

Il richiamo all’iniziativa del 2009 era chiaro sin dal titolo, che combina il gruppo scelto la volta scorsa (Rage Against The Machine) con il nome del celebre compositore in un divertente pastiche.

Cage Against The Machine è una campagna per far diventare 4’33″, il capolavoro ‘muto’ di John Cage il n.1 di Natale 2010″, recita il comunicato diffuso dai promotori dell’iniziativa. Giocando anche sul titolo di una delle più celebri melodie natalizie (Silent Night) il gruppo Facebook che ha rapidamente messo insieme diverse decine di migliaia di persone, sperava di realizzare davvero una “notte silente” nelle classifiche di Natale, magari costringendo il primo canale radiofonico della BBC a trasmettere il silenzio di Cage.

Tutti i denari raccolti da pubblicità ed eventuali altre iniziative collaterali andranno in beneficenza (lo scorso anno la campagna su Facebook raccolse una somma notevole che fu destinata a scopi benefici), ma lasciateci sollevare un piccolo dubbio.

I detrattori della precedente campagna sostenevano che in fondo un beneficiario c’era stato: la Sony; la major, che aveva mancato il n.1 con X-Factor, l’aveva comunque ottenuto con i Rage Against The Machine, che erano distribuiti dalla stessa scuderia.

All’epoca chiudemmo la segnalazione dell’avvenuto sabotaggio con queste parole: “Facebook e social network come metodo per taroccare le classifiche discografiche dunque? E se i prossimi a farlo fossero i discografici stessi?”

L’operazione di quest’anno viene fatta non su un pezzo qualunque di un’etichetta qualunque, ma su un brano di John Cage pubblicato dalla Wall of Sound nell’ambito di un album di remix realizzato ad hoc (si può remixare il silenzio? Questa è un’altra storia… ;))

Questa etichetta viene menzionata e ringraziata nel sito ufficiale dell’iniziativa (http://www.catm.co.uk/), dove si invita anche ad acquistare tutto il blocco dei remix, anche se per partecipare alla campagna basta la sola traccia di silenzio originale. Anche sul sito della label l’iniziativa è presentata apertamente come collegata al prodotto discografico: praticamente un tutt’uno. Si parla di 5 enti a cui saranno devolute le donazioni (ma non se ne fanno i nomi) e non è chiaro se tutti i proventi delle vendite saranno donati dall’etichetta o solo parte di essi.

L’iniziativa era gustosa e ben pensata, non c’è che dire: sono coinvolti anche nomi di lusso sia tra i gli esecutori della versione silenziosa (Coldcut, Imogen Heap, Pete Doherty, Orbital, Billy Bragg…) che tra i remixer (Adam F). Ma forse sarebbe stato un filo più trasparente realizzarla con una versione preesistente del brano: dopotutto in molti hanno avuto la faccia tosta di coverizzare il silenzio di Cage; per esempio Frank Zappa, nel 1993. (Full disclosure: è stata coverizzata persino dal sottoscritto, due anni fa; una preview in streaming – rigorosamente muta – è tuttora presente su BeastDigital…).

Ma implacabile la classifiica natalizia è stata pubblicata il 19 dicembre: Cage Against The Machine ha raggiunto solo il n.21.

Lo smacco è stato doppio, o forse triplo: al primo posto Matt Cradle, con “When We Collide”. Al terzo “Surfin’Bird” dei Trashmen, brano anch’esso spinto da una campagna a mezzo Facebook (!), come pure lo stesso stratagemma ha portato al n.7 la band scozzese Biffy Clyro, nome scelto unicamente perché interprete originale del brano coverizzato dal vincitore di X-Factor (il cui titolo originale è “Many of horror”)

Comunque sia andata, le campagne Facebook hanno fatto molto rumore, ma la tv nazionalpopolare di più: nove brani sui primi dieci avevano un qualche legame con il programma prodotto da Cowell, che ancora una volta conta le banconote e ridacchia beffardo…

(Articolo realizzato in collaborazione con Nicola D’Agostino e originariamente pubblicato su Mytech, edito da Mondadori)

Mulve, too good to be true?

Reading early comments and reviews about it will make you think: this seems too good to be true.

Mulve.com promises free, super-fast and great quality mp3 files, without the often lenghty waiting times of p2p systems like eMule or BitTorrent.

With the advantage of not being forced to share anything, not being based on peer-to-peer technology and (so it seems) not involving any responsibility for users (which remain anonymous and – not re-sharing the downloaded files from their side – do not become “liable” in any filesharing activity as it happens in other systems).

It seems the typical “Columbus egg”… the “celestial jukebox” dreamed by many users (okay, there’s already Spotify but not for everyone; plus Mulve is free) and also the ultimate nemesis for old school record labels; that, and the death of copyright.

Are we sure it is really like that?

Mulve states to have 10 million tracks available, and maybe this is true. it looks like heaven for users: just a small-sized download, no dubious spyware (even if some commercial banners are displayed), no kind of registration is required. Apart from the small program, the .zip file contains only a text file suggesting to make a donation. Right now Mulve needs 500 dollars to go on. As we type, they have already quickly secured about half of that.

You get the Beatles and the Stones but also exotic recordings like Italian pornstar Cicciolina performing a cover of “Russians” by Sting, half in English and half in Italian. But you may not find “everything”. There are relatively known names that might still be absent.

There’s the bonus of being able to read the bitrate and on average getting less junk (and no trojans or viruses) than most p2p systems. But there are also moments in which the sotware will be acting up and displaying “No results” even for most popular names. Luckily, you just need to shut down and restart the program, and results will be back.

In Mulve, which self-defines as a “music discovery program” you will not find movies, images, or software but just music. Provided that you can download the client. Because yes, Mulve.com has some issues. It will be probably too much success and too quickly. Oh well. There’s also an inevitable Facebook page.

The service states it will remain free and will be ad-supported; it even has some advertisers, already. Speed? Super-fast. In the range of hundreds of Kb per second, so in half a minute you will get any music track. Such a speed in normal p2p systems is unthinkable for many things.. In eMule it is maybe valid for the most popular recent music. In BitTorrent & co., maybe, for the most successful porn movies. Not having seeds or filesharing, the system is democratic: everything will be downloaded at the same, high speed (in p2p a rare track will probably only exist in one or two copies).

Will it be real glory? We have some doubts. No Mac or Linux versions at the moment. The legality remains uncertain, and some actions could still be taken. Mulve cannot be easily tracked: the domain name has been registered through a proxy (Protected Domain Service in Denver, Colorado; their site seems anyway dead). So we cannot know with a simple “whois” search who could be the site owner and his location. But authorities with a special mandate could verify the above and block the .com site and client distribution.

But the problem is that by then, the client will be already elsewhere. Duplicated on sites and traditional peer-to-peer systems (it is already happening). Renamed, modified, redistributed. And if servers are really in Russia as some suggest (and as the cyrillic characters in some of the filenames displayed in search results seem to confirm) things get more complicated. In In that country, record labels lost the batlle with sites such as Allofmp3.com years ago. “Loopholes” in the Russian law allow a sort of legalized piracy, with collective licenses released by a couple of entities that should in turn pay artists and producers (but in the end don’t). Mulve might reply on them, thus entering a vicious circle.

To record labels now well over their given deadline we can only advice to take all their back catalogue out of their drawers and put it online at accessible prices, not over the typical 99 US cents per track (but also not to exaggerate in the other direction: users will think they are being ripped off and they will stop paying at all: we are referring particularly to certain special offers seen in iTunes, which honestly seem an offence to those who previously paid full price for those albums…). if nothing goes wrong, Mulve will be another passing fad. After all, for example, file names are manipulated and not always exact, sometimes the nasty cyrillic characters appear; file quality is not always the same. In other words, if the US market – which is where the real match is being played – had a Spotify at hand, many people wouldn’t have areason to go onto Mulve for unauthorized copies.

A little bet: in a while, at Mulve‘s place they will run out of money and advertisers and the system will not be able to stay up. If it will survive, it will just mean that on the other side someone is not doing enough to let people understand that there are decent, legal and affordable alternatives.