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Musica online: il rilancio di Beatport

Un breve periodo di chiusura e poi il rilancio: una nuova fase per Beatport, il negozio di musica online preferito dai dj

Consente di scaricare brani in formato mp3, mp4 e wav; è specializzato solo in elettronica e dance; è attivo dal gennaio 2004, e da poco tempo online con una nuova versione: stiamo parlando di Beatport.

Non è il primo restyling: aggiornamenti importanti si erano già avuti in altre occasioni, nel 2005 e 2007. Il sito che ha sede a Denver, Colorado (ma con uffici anche a Berlino e New York) è di fatto la versione moderna del vecchio negozietto di vinili dove il dj andava a rintanarsi il sabato pomeriggio, spulciando tra le novità più insolite, tra i promo e i “white label” semianonimi, in cerca del potenziale successo da dancefloor da “sparare” in pista alla sera o da mandare in radio. O, per i più fortunati, si metteva in conto e pagava l’emittente.

Oggi quel mondo è quasi scomparso: manca forse il tipo di contatto umano del negozietto di cui sopra; ci sono però presenze in social network come Facebook e Twitter. E il nuovo Beatport permette di preascoltare ampi stralci dei brani, visualizzare la forma d’onda, trovare indicati i BPM per ogni pezzo (ecco un esempio).

Con una crescita del 31% nell’ultimo anno, Beatport ha tutte le carte in regola per restare al suo posto e migliorare ancora: lontano dai piani alti della musica online, dove risiede Apple iTunes, ma ben saldo nella propria – e tutt’altro che irrilevante – nicchia di mercato.

 

[Pubblicato da Mytech]

L’ascesa di Spotify, le mosse di Music Beta by Google

Spotify è finalmente attivo in USA: e punta a 50 milioni di utenti. Intanto Google non sta a guardare…

Le grandi manovre che potrebbero cambiare la faccia del “circo” della musica online continuano: Spotify, come ampiamente annunciato, è finalmente sbarcato negli Stati Uniti.

E i primi dati sono incoraggianti. Il noto servizio di streaming, che ha già all’attivo una discreta popolarità e 10 milioni di utenti in alcuni paesi europei, punta ad aggiungere la ragguardevole cifra di ben 50 milioni (!) di utenti statunitensi entro fine anno; ciò può sembrare un obiettivo fin troppo ambizioso. Ma d’altro canto, il fondatore Daniel Ek sembra fiducioso e anzi dichiara a CNN che le limitazioni (la necessità di ricevere un “invito” per entrare nel servizio) sono state implementate proprio per avere una crescita graduale e non “crollare” sotto il peso di troppi nuovi iscritti tutti insieme.

Un altro obiettivo decisamente ambizioso? Rendere disponibile tutta la musica registrata esistente al mondo: non solo i cataloghi delle major d’occidente quindi, ma musica asiatica, africana, sudamericana e via dicendo.

Con 15 milioni di brani in tasca, Spotify è sulla buona strada e – come abbiamo detto in altre occasioni – si candida ad essere il vero “juke-box celestiale” che la Rete attende da sin troppo tempo.

Ma uno dei principali (potenziali) concorrenti non sta a guardare: si tratta di quel Music Beta by Google nato in fretta e furia e quasi in contemporanea a iniziative simili di Apple ed Amazon. Se tutti questi servizi hanno in comune l’idea della “cloud“, della nuvola dove immagazzinare qualcosa e a cui accedere, piuttosto che avere i file sempre presenti sui propri apparecchi, va detto che la differenza principale è che le “nuvole” di Amazon e Google erano state lanciate senza permesso da parte dei detentori di diritti e quindi senza contenuto, proprio come “scatole vuote” da riempire coi propri file. Diversamente da quanto poi annunciato da Apple, e ovviamente anche dal vasto repertorio in streaming licenziato da Spotify. Google, però, sta da qualche tempo “riempiendo la scatola”. Non solo: di fatto è aperto anche a utenti nostrani. Anche se tuttora chi si reca su music.google.com trova un messaggio che riferisce che il servizio è limitato agli USA, chi aveva mesi fa richiesto un invito si è trovato ad avere accesso al servizio musicale di Mountain View.

Sorpresa: al primo accesso si possono selezionare i generi musicali preferiti (potete anche selezionarli tutti…) e ricevere brani ascoltabili gratis. Generalmente non si tratta di album completi ma di uno o più brani estratti da un disco. Il repertorio è però limitato: tutti questi brani arrivano da etichette indipendenti riconducibili all’aggregatore IODA, o da un’unica major: Sony. Come dire: qualcosa è stato fatto ma il grosso manca ancora all’appello.

L’upload dei propri brani già in proprio possesso lascia a desiderare: chi scrive è riuscito a caricare diverse centinaia di mp3 nel proprio account; allo stesso tempo ha ricevuto molti messaggi d’errore per file che Google ha incluso nella ricerca ma che non è riuscito a caricare (in alcuni casi, file protetti da DRM, ma anche semplici mp3 non protetti).

Insomma, di lavoro da fare ce n’é ancora molto, anche se qualcosa si è mosso a Mountain View; in attesa di vedere all’opera l’iCloud di Apple, solo Amazon resta al palo.

[Pubblicato da Mytech]

Spotify: finalmente in USA

Con almeno un anno di ritardo, ecco l’attesissima notizia: Spotify arriva in USA. Resa dei conti nel circo della musica online?

Di sicuro, la seconda metà del 2011 non sarà noiosa per i frequentatori del “circo” della musica digitale.

Mentre Apple, Google e Amazon lanciano le proprie “nuvole“, Spotify - re della musica in streaming – finalmente sbarca in USA.

Questo significa diverse cose: un potenziale canale di danaro fresco per etichette e artisti; un “jukebox celestiale” per gli utenti (Spotify è il servizio che più sembra avvicinarsi a questa idea; e la rilancia citando nella propria pagina dedicata al lancio in USA una definizione pubblicata nel 2009 dalla rivista Time) a costi contenuti o persino gratis.

Infine, un temibile concorrente che – oltre a poter essere l’unica vera minaccia per lo strapotere di Apple – siamo certi non mancherà di dare il colpo di grazia a qualche sito o servizio che stancamente si trascina da anni (Napster, Rhapsody, Medianet e altri ancora).

Al 12 giugno, a Spotify mancava solo il repertorio Warner per avere in tasca i cataloghi delle quattro major, a disposizione del pubblico americano. Con 10 milioni di utenti in Europa (dati di fine 2010) e 1 milione di abbonati paganti nel vecchio continente a marzo 2011, Spotify finalmente compie il grande salto verso il mercato più importante per la musica.

La data definitiva non è stata annunciata, ma stavolta sembra davvero la volta buona: il jukebox universale è in arrivo; la resa dei conti nel mondo dell’mp3, pure…

(Si ringrazia Nicola D’Agostino per la collaborazione)

[Pubblicato su Mytech]

Universal: class action degli artisti per il digitale

Dopo il caso Eminem, si allunga la lista degli artisti che pretendono un trattamento diverso per le vendite di mp3: guai in vista per le major?

Nuovi guai per Universal: un gruppo di artisti prepara una class action per le royalty digitali.

Tutto comincia con Eminem, o meglio con la sua ex casa di produzione FBT e una causa che la contrapponeva ad Universal Music Group per le royalty relative alla distribuzione di musica online.

Per Universal, un mp3 è una “vendita” e quindi le royalty sono calcolate come si calcolano le vendite dei dischi. Con percentuali a favore dell’artista non proprio entusiasmanti (d’altra parte il costo del supporto fisico e i costi collaterali come grafica, studio di registrazione, promozione ecc. sono tutt’altro che trascurabili).

Nell’mp3, però, i costi si riducono drasticamente. Spesso, si tratta solo di riciclare materiale di catalogo nel nuovo formato digitale. E i contratti tra label e siti web fanno riferimento a una licenza: l’etichetta concede in licenza un master, che poi viene venduto da siti e servizi online oppure incluso in formule di abbonamento, e via dicendo.

Può sembrare solo una questione di forma; così non è: nel licensing – pensiamo a utilizzi multimediali come film, dvd, videogiochi - il compenso di un artista raggiunge anche 50% dei proventi.

Il caso Eminem, o meglio FBT/UMG, si è chiuso con una sconfitta per la major: il giudice ha sostenuto la posizione della parte attrice. E’ una licenza, bisogna pagare di più.

A questo punto molti osservatori del mercato hanno pronosticato una valanga di azioni analoghe da parte di altri artisti e produttori. La prima è stata quella degli eredi di Rick James, superstar del funk. Era inizio aprile 2011.

Qualche giorno fa si sono aggiunti altri pezzi grossi: come riferisce Hypebot, Rob Zombie, White Zombie, Whitesnake e Dave Mason sono i nomi coinvolti in una class action contro UMG, depositata alla Corte Distrettuale di San Francisco.

Universal per ora resta sulle sue posizioni: il contratto relativo ad Eminem era un caso particolare, non lo standard. Allo stesso tempo, molti altri legali studiano azioni simili per i propri clienti. Dunque le major del disco hanno da temere dal mondo degli mp3 legali più danni di quanti non ne abbia mai fatto il peer-to-peer non autorizzato? Una grana non da poco, in un momento molto delicato per il mercato.

Curiosità finale: in realtà dal caso Eminem, paradossalmente, chi non guadagnerà nulla è proprio l’artista stesso (!). Lo ha rivelato il 18 maggio MTV RapFix: in pratica, l’artista non si è unito in prima persona all’azione legale, che è stata portata avanti dai produttori di FBT. Ciò forse per non irritare la major, che è anche proprietaria di Interscope, la struttura con cui Eminem lavora tuttora.

Fatto sta che in mancanza di un accordo ad hoc (o di una ulteriore azione legale) nulla sarà dovuto da FBT a Marshall Bruce Mathers III

[Pubblicato da Mytech]

CD Baby: Tunecore aumenta i prezzi? Venite da noi

Un distributore di musica aumenta i prezzi per pubblicare su iTunes & co.: e la concorrenza ci va a nozze…

Se questo fosse un film, lo potremmo intitolare: “2011: Fuga da Tunecore“.

Chi scrive qualche settimana fa si è visto recapitare da un’amica cantante un messaggio standard del distributore musicale Tunecore.

Era il momento di versare la cifra annuale per il rinnovo dei servizi (Tunecore non lavora con percentuali ma con cifre fisse pagate all’inizio e poi di anno in anno).

La distribuzione di un singolo era ancora ferma a 9,99$, come nel 2008 quando il brano in questione era stato pubblicato.

Invece, per un album uscito nel 2009, i cui costi distributivi ammontavano originariamente a 19,98$ e il cui rinnovo lo scorso anno era stato effettuato allo stesso prezzo, c’era una richiesta particolare: 49,99 dollari.

L’importo non è casuale: Tunecore di fatto avrebbe ampliato la lista di servizi e modificato in parte la propria offerta, annunciando ufficialmente il 12 maggio scorso le varie novità.

Ma l’aumento del 150% delle tariffe ha scioccato non pochi musicisti indipendenti, nelle scorse settimane. Diversi artisti hanno cominciato a lavorare col sito quando il costo della distribuzione era di soli 7,98 dollari. Molti – non utilizzando più dei pochi servizi di base – meditano di lasciare il servizio e rivolgersi alla concorrenza.

Che non sta a guardare: ReverbNation ed altri già si starebbero muovendo, tentando i clienti di Tunecore con offerte per trasferire il proprio repertorio.

Chi però ha battuto tutti sinora è CD Baby; il popolare distributore indipendente e fornitore n.1 di Apple iTunes ne ha fatta una delle sue: ha lanciato un sito ad hoc all’indirizzo cdbabylovesyoumore.com.

Il sito che ha cambiato il modo di distribuire musica e che ha aiutato oltre 250.000 artisti a restare in sella per oltre un decennio, invita apertamente alla fuga da Tunecore ma anche da ReverbNation e altri concorrenti: tariffe scontate del 50% per tutti e nessun costo annuale (CD Baby si regge sulle percentuali, in caso di vendite).

L’offerta è valida solo per i titoli già pubblicati in Tunecore e altri distributori della concorrenza; contattando cdbaby {at} cdbaby(.)com, scrivendo “Switch to CD Baby” nell’oggetto e i propri dati nel messaggio, si potrà accedere all’offerta, aggressiva e decisamente furba.

CD Baby vi ama di più”, dice lo slogan. Come dargli torto? ;)

(Si ringrazia Nicola D’Agostino per la collaborazione)

[Pubblicato su Mytech, http://mytech.it/web/2011/05/19/cd-baby-tunecore/]

Musica online: pirateria, vendette & peer-to-peer

“Vendicarsi” a mezzo Torrent regalando copie pirata di tutta la discografia di un artista? Ai nostri giorni succede anche questo…

Avete presente quelle iniziative pittoresche (nonché di cattivo gusto) che di tanto in tanto si verificano in Rete e fuori in cui il personaggio di turno, magari un ex fidanzato tradito, decide di “vendicarsi” dell’ex amata magari diffondendo foto compromettenti o tappezzando la città di manifesti “spiritosi” (quando non offensivi e basta) con espliciti riferimenti alla persona?

Di cose del genere, online capita di vederne: spesso si tratta in realtà di falsi, operazioni pubblicitarie o di phishing atte a catturare dati personali oppure a ottenere qualcosa (click su siti affiliati e via dicendo). Il curioso-guardone di turno fa click, nella speranza di trovare chissà cosa, e magari fa un favore a quel qualcuno che prometteva di regalare - per “vendetta” - immagini osé ai visitatori di una certa pagina.

Chissà se il personaggio della nostra storia ha pensato a questo tipo di schemi quando ha escogitato il modo di vendicarsi del comportamento di uno sciagurato esponente del mondo musicale.

Da qualche anno circola infatti in The Pirate Bay un curioso file torrent. Di fatto, consente di recuperare abusivamente praticamente tutta la discografia del gruppo dei Ministry (334 file, 2.75 Gb). Che c’è di strano, direte, non accadono cose del genere per tutti gli artisti che hanno un certo nome, a danno di musicisti ed etichette e per la gioia di fan squattrinati?

Il file non è stato messo su per caso, da un fan qualsiasi. E’ opera di un ex titolare di club, ed è una diretta ripicca verso Al Jourgensen, sciagurato leader e unico membro fisso dei Ministry.

L’episodio che ha causato questa curiosa reazione risale a qualche anno addietro, “prima dell’11 settembre”, riferisce l’autore del file, che ha raccontato in un breve testo (allegato ai file) la sua vicenda.

Jourgensen doveva esibirsi nel locale del nostro amico. Invece, quando questi andò a recuperare la rockstar in aeroporto, trovò la polizia che lo prelevava dall’aereo sul quale aveva dato in escandescenze solo perché voleva fumare a bordo. A parte urla e minacce alla polizia stessa, l’arresto si era verificato perché il cantante aveva sproloquiato qualcosa sul far saltare l’aereo se non lo avessero lasciato fumare in pace.

Il buon gestore di club non si era perso d’animo: aveva parlato con le autorità, spiegato la situazione, promesso che avrebbe riconsegnato loro il personaggio dopo l’esibizione (cosa che non avvenne). Jourgensen fu così rilasciato e si presentò nel locale.

Ma non fu in grado di esibirsi; anzi, a quanto pare sotto l’effetto di droghe assunte all’arrivo dei poliziotti in aeroporto, diede nuovamente in escandescenze: lanciò sul pubblico la dotazione di bottiglie di birra cui aveva diritto per contratto e urlò cose come “Ministry is dead”, scatenando il caos.

La serata finì male, con gente che chiedeva rimborsi allo sventurato organizzatore.

Anni dopo, il nostro decise quindi di ripagare l’artista in qualche maniera: una vendetta a mezzo Torrent. Per ripagare con la stessa moneta (un danno economico di qualche tipo) ma in maniera decisamente più tecnologica, l’estrosa rockstar

(Si ringrazia Nicola D’Agostino per la collaborazione)

[Pubblicato da Mytech]

Ovi: si torna a Nokia

Clamoroso dietrofront: dopo neanche un anno, Nokia abbandona il marchio sotto il quale aveva raggruppato diversi servizi, dalla musica alle mappe

Quando Nokia annunciò che le proprie attività musicali sarebbero passate sotto l’”ombrello” del marchio Ovi, scrivemmo: “rinunciare a un marchio così celebre e inconfondibile per metterne uno ignoto e abbastanza anonimo sembra una scelta folle; a meno che non ci sia dell’altro in previsione”.

Il riferimento era a una possibile cessione delle attività così scorporate. Così non è stato.

E’ passato meno di un anno, e dopotutto – non eravamo stati gli unici a rimanere perplessi da quella scelta – l’idea è risultata balzana per davvero. E non ha avuto vita lunga.

Il nome Ovi aveva rimpiazzato quello della casa madre Nokia nel corso del 2010 non solo per la musica ma anche per altre attività legate ai contenuti digitali su cellulare; il termine era stato scelto per in quanto è la parola finlandese che significa “porta“. 

A suo tempo, dicevamo, ci trovammo a riflettere sull’abbandono di uno dei marchi più noti a favore di un nuovo nome; in aggiunta, in alcuni paesi non avrebbero neppure capito come pronunciarlo.

Ma la “porta” ai contenuti digitali – musica, giochi, mappe ecc. – non ha portato però bene al colosso della telefonia. E così ecco un brusco dietrofront. In realtà la nuova transizione è decisa ma non sarà immediata, probabilmente sarà anzi graduale e si verificherà entro il prossimo anno.

Ma la mossa era attesa a maggior ragione dopo l’accordo Nokia-Microsoft dei mesi scorsi: in quest’ottica, anzi, Engadget era arrivato a preannunciare una inclusione dei contenuti Nokia nel “marketplace” di Redmond.

Immancabile l’ondata di commentatori che ironizzano su Nokia che “sbatte la porta” o “chiude la porta” di Ovi: chi scrive aggiunge che forse questa mossa preclude all’avverarsi della decima tra le “11 previsioni“ per l’anno in corso presentate in questa sede tempo addietro… ;)

(Si ringrazia Nicola D’Agostino per la collaborazione)

[Pubblicato da Mytech]

Google Music: anche noi nella “cloud” (dopo Amazon)

Servizi “cloud” per la musica di Google e Amazon: pericolo per iTunes, o “nuvole” di fumo? Con una riflessione sul futuro prossimo della musica online

"Nuvole" di musica anche per Google, che lancia un servizio per certi versi simile a quello recentemente avviato da Amazon. Parte stasera (solo per gli USA: gli altri se vogliono, tramite un qualche servizio proxy possono ammirare la home page e rosicare…) Google Music. Anzi, per adesso, accanto alla parola “music” c’è un grosso “beta”, perché il tutto è in fase sperimentale. “Music Beta by Google”. L’indirizzo è music.google.com.

Dovrebbe essere qualcosa di importante: lo sbarco del colosso dei motori di ricerca nel settore musicale (dove per la verità ha già fatto esperienza in un territorio tutt’altro che trascurabile come la Cina). Sembra anche una sfida: Google parte senza l’accordo con le major del disco; ma ha appena fatto lo stesso Amazon con un servizio analogo. Ai bei tempi, per molto meno, ci si sarebbe ritrovati davanti al giudice Patel del Nono Circuito, con addosso un paio di ingiunzioni a mo’ di spada di Damocle. Adesso neanche le label sembrano farci caso più di tanto.

Cloud sembra l’ossessione di molti, di questi tempi. Poco tempo addietro era “web 2.0”. Tutto doveva essere più facile, più accessibile, più social. Più trash, se volete (quest’ultima accezione spesso ha finito per prevalere).

Il risultato della moda del 2.0 a tutti i costi è sotto gli occhi di tutti: siti-cadavere come MySpace che si trascinano senza un perché, un po’ come un locale dove prima tutti facevano festa a tutti i costi e che adesso è fuori moda (la festa si è spostata su Facebook, ma gli invitati nervosi già pensano ad altre destinazioni). Su questo ambito si sono innestate molte applicazioni che una ragione d’esistere ce l’hanno o ce l’avrebbero: per esempio SoundCloud (toh, riecco il tormentone) che di fatto è il mp3.com prima maniera di oggi, o se preferite l’unico vero erede di MySpace per la musica e una delle fonti primarie per la musica in Facebook. Una cosa destinata a durare, se non si fanno passi falsi.

Google Music BetaL’iniziativa di Google in campo musicale, analoga al Cloud Drive/Cloud Player di Amazon (anch’esso limitato per ora al pubblico statunitense e apparentemente più limitato in termini di spazio rispetto al servizio di Mountain View) sa invece un po’ di montagna che ha partorito il topolino. Concorrenza ad Apple iTunes? E con cosa? Con un “music locker” vuoto? Ne ha fatto uno anni addietro una persona che se ne intendeva, Michael Robertson: Mp3Tunes.com. Sta ancora lì e non sembra aver cambiato il mondo. Anzi, i più non se ne sono neanche accorti (il sito era peraltro partito come un venditore di mp3, sfortunato anche in quello, con repertorio limitato e anche funestato da qualche bug). A proposito. Sempre lui si era inventato una specie di locker musicale (Beam-It). Era finita con una megacausa da parte di Universal, che ne uscì vittoriosa.

Okay, sono due grossi nomi. Google soprattutto ha potenzialità anche con una cosa del genere: dopotutto moltissimi hanno account Google per un motivo o per un altro (Gmail, Google Docs, AdSense, YouTube e via dicendo). Quindi non c’è neppure la fatica di registrarsi a un servizio nuovo. Amazon anche ha la sua bella base di clienti, pur non essendo un’entità onnipresente come Google. Peraltro, nel caso di Amazon in realtà il servizio in parte funziona anche per noi: basta avere un account su Amazon.com e il Cloud Drive da 5 gb è utilizzabile. Il Cloud Player no, ma abbiamo casualmente scoperto che se dal tasto destro del mouse aprite un file mp3 presente nel Cloud Drive in un’altra scheda o finestra del browser, questo suonerà in streaming. Insomma una specie di Cloud Player artigianale, se volete. Eppure, qualche dubbio ci rimane; in uno scenario in cui lo scontro dell’anno sarà tra Apple e Spotify (con quest’ultimo che dovrebbe finalmente sbarcare in USA e per di più vendendo brani scaricabili direttamente, mentre Apple – che a suo tempo si era pappata Lala.com – potrebbe finalmente gettarsi anch’essa nel settore cloud e/o nello streaming) e comunque le altre cose più interessanti sono nel campo dello streaming più che del download (Grooveshark, Rdio, Songza…) e avere accesso a una libreria di materiale ascoltabile ovunque in streaming non richiede neanche il caricamento di file audio in fantomatici locker, aprire un servizio con uno spazio disco online per caricare i propri brani appare persino datato, un po’ fuori tempo massimo.

Su una cosa però scommettiamo: l’apatia delle grandi label. due su quattro (EMI e Warner) in difficoltà e di fatto in vendita. L’unica che potrebbe causare grane a Google e/o Amazon è Universal: solida, ricca di risorse e nota per non arrendersi nei casi di violazione di copyright. Eppure, appare difficile un altro caso UMG Recordings v. Mp3.com nel 2011, con Amazon o Google sul banco degli imputati. In caso di scontro frontale, peraltro, questa major potrebbe essere battuta in un solo modo: col denaro. Google è uno di quei colossi che potrebbe, volendo, comprare una major del disco per intero. Nel mondo, personaggi così ce ne sono pochi.

Un altro con abbastanza denaro da comprarsi l’intera industria del disco ci sarebbe. E si dice sia in fila tra i possibili acquirenti di EMI.

Si chiama Steve Jobs, e per il momento osserva le mosse degli altri giocatori.

Pubblicato su: http://mytech.it/web/2011/05/11/google-music-anche-noi-nella-cloud-dopo-amazon/

Bluebeat risarcisce EMI: no alla simulazione psicoacustica

Un bizzarro caso di copyright del 2009 si chiude, almeno in parte: EMI risarcita da Bluebeat per i brani dei Beatles

C’è voluto oltre un anno ma, dopotutto, la bizzarra spiegazione da fantascienza di BlueBeat per giustificare l’uso dei master discografici dei Beatles e di altri artisti senza permesso, al giudice non è andata giù. E BlueBeat ha finito pochi mesi dopo col risarcire EMI. I legali di BlueBeat paradossalmente cantano vittoria. Nessun commento da parte dei discografici.

Il sito rendeva disponibili migliaia di brani commerciali, venduti al prezzo stracciato di 25 centesimi di dollaro, ma – pur essendo questi identici agli originali – affermava di non aver rubato alcunché: “simulazione psicoacustica“, aveva detto nell’autunno 2009 Hank Risan, proprietario della società, che affermava di vendere una sorta di rifacimento, di cover ultra-fedele all’originale. Che però era stata realizzata a partire dai cd disponibili commercialmente e per di più spacciata assieme a copertine e titoli di album ufficiali con tanto di menzione della label d’origine.

La casa discografica dei Beatles, EMI, aveva reagito con una citazione in giudizio. In quei giorni peraltro nessuno poteva vendere legalmente la discografia dei Fab Four: lo stesso Apple iTunes non aveva ancora in mano le relative licenze; ci si sarebbe arrivati, finalmente, solo un anno dopo.

A dicembre 2010, mentre i Beatles “legali” facevano la loro comparsa in Rete, il giudice federale Josephine Staton Tucker liquidava così le affermazioni di Risan: “l’oscuro e indefinito linguaggio pseudo-scientifico sembra solo un modo prolisso per descrivere il ‘campionamento‘, ossia la copia, e non riesce a fornire alcuna prova concreta di creazione indipendente”.

Oggi, BlueBeat chiude il caso e – c’è da dirlo – a Risan va anche “di lusso”: con “soli” 950.000 dollari raggiunto l’accordo per i danni a suo tempo cagionati ad EMI.

E diciamo “soli” perché si tratta di un accordo stragiudiziale. Una condanna sarebbe stata decisamente più severa ed avrebbe portato quasi certamente alla chiusura del sito, oltre che a un risarcimento astronomico agli aventi diritto.

BlueBeat – caso Beatles a parte – sembra ora pienamente legale, ma allo stesso tempo ha (ancora!) cambiato business model, alla chetichella.

Vediamo perché. BlueBeat continua a distribuire musica, ma non vende più nulla. Fornisce stream gratuiti ascoltabili a 160 o 320kbps. E l’unica fonte di guadagno sembrerebbero i link di affiliazione ad Amazon ed iTunes e qualche link e banner di Google AdSense. Insomma niente di veramente “forte” che garantisca il futuro di un servizio così dubbio. Cliccando su un album “ascoltabile”, però, non si apre l’album ma un “canale radio” che suona qualcosa di quell’artista ma anche brani di artisti simili. Per esempio, cliccando su un disco degli Everly Brothers si finisce in una radio che suona un loro brano ma subito dopo passa a Gene Vincent. O cercando di aprire “Confessions on the dance floor” di Madonna si finisce ad ascoltare un mix esteso de “La Isla Bonita”…

E’ sparita la menzione delle label ma restano le grafiche originali. Altri album ancora non portano a nessun link, come una raccolta di brani “Italo Disco Collection vol.2”. Ci sono titoli e artisti ma non si ascolta nulla.

You are listening to fully-licensed simulated performances”, dice ancora ambiguamente il sito nella pagina da cui si effettua lo streaming di un brano. E subito dopo “©2011 BlueBeat.com“. Particolare inquietante: secondo Billboard, il sito starebbe cercando di registrare 800.000 copyright (!). Di cosa? Non staranno per riprovarci con la storia della simulazione psicoacustica?

Di fatto, BlueBeat si è per ora riciclato in radio online non interattiva, apparentemente con tanto di licenze da nomi come SoundExchange e BMI, che appaiono linkati nel Facebook ufficiale. Non manca neppure la versione app” per iPhone.

Il tutto insomma farebbe pensare a un business più tranquillo e meno rivoluzionario, ma anche a un profilo più basso.

Forse forse la legalità potrebbe anche essere salvaguardata (ma non è chiaro se BlueBeat abbia davvero licenze con gli enti di cui sopra): di certo però non si vede perché il pubblico dovrebbe scegliere un sistema così macchinoso rispetto alla miriade di alternative per ascoltare musica legale e gratuita

Pubblicato su: http://mytech.it/web/2011/03/29/bluebeat-risarcisce-emi-no-alla-simulazione-psicoa/

Microsoft: Zune è morto (ma anche no)

Microsoft esce dal mercato dei player multimediali? Zune rimpiazzato da Ventura? Così dicono le voci riportate da Bloomberg. Fonti interne smentiscono. A metà.

Zune – la linea di player multimediali targati Microsoft che averebbero dovuto rappresentare il più pericoloso concorrente per iPod e simili di casa Apple – sarebbe al capolinea.

Così dicono le voci, che sembrerebbero ben informate, riportate un paio di giorni addietro da Bloomberg (che descrive la fonte come “a person familiar with the decision”). Microsoft si concentrerebbe sul software Zune e sulla sua diffusione in particolare sui cellulari, in modo da guadagnare sui contenuti audio e video così distribuiti.

Nel giro di 24 ore è apparsa una parziale smentita sul forum di Anythingbutipod.com: sa di poca ufficialità (non esiste un comunicato Microsoft né sulla cessazione della produzione dell’hardware targato Zune, né come smentita di quanto riportato da Bloomberg e ripreso praticamente da moltissimi altri mezzi d’informazione online e non) ma è già qualcosa.

A parlare è Dave McLauchlan, che lavora al business development dell’hardware Zune (e quindi si è ritrovato bombardato di messaggi sull’argomento), e che per ora resta al suo posto. La divisione hardware di Zune non chiude: non è previsto nessun nuovo modello al momento, perché l’hardware Zune di quest’anno sono i telefoni Windows Phone 7; ma allo stesso tempo non è detto che non si mettano in produzone nuovi lettori in futuro.

Di certo quel 77% del mercato in mano ad Apple, schiaccia anche un gigante come Microsoft e mette in difficoltà chiunque.

Unico elemento di certezza: al momento Redmond si concentra su software e contenuti; un settore in cui avendo a disposizione una miriade di piattaforme, dai PC alla XBox, dagli Zune già in circolazione agli smartphone, potenzialmente c’è ancora spazio.

Va detto che già da alcuni giorni (lo segnalava Mary Jo Foley in ZDNet l‘8 marzo) si parlava anche di una nuova piattaforma Microsoft in questo settore, ma sotto un nome – dobbiamo dirlo – purtroppo non originalissimo. Zune verrebbe rimpiazzato da Ventura. Un nome che brutto non è, ma che se fosse quello definitivo e non solo un “nome in codice” del progetto in via di sviluppo, potrebbe portare qualche problemino.

Abbiamo fatto una piccola verifica, notando che “Ventura” ricorre ben 192 volte tra i marchi registrati negli Stati Uniti (71 volte tra i marchi ancora attivi). Se a ciò aggiungiamo che tra i marchi attivi figurano “Corel Ventura” e “Ventura Publisher” – un software ormai non più aggiornato dal 2002, ma sempre un nome leggendario nella storia dell’informatica – il rischio di trovarsi davanti a qualche grana legale per problemi di trademark (Apple ne sa qualcosa) – è più che concreto.

Come alcune delle stesse schede dell’Ufficio Marchi e Brevetti statunitense segnalano, “ventura” è anche un termine di lingua spagnola che sta per “fortuna”.

Di “buona sorte”, se sarà davvero operata questa non brillante scelta per il nome di un futuro prodotto o servizio, dalle parti di Redmond ne avranno davvero bisogno… ;)

Pubblicato su: http://mytech.it/digitale/2011/03/16/microsoft-zune-e-morto-ma-anche-no/