Archivio dei testi con tag 'mytech.it'



Microsoft, addio a Zune (e per davvero)

Questa volta è tutto vero: finisce la corsa per l’anti-iPod di Microsoft, spazzato via dagli smartphone

Se ne parlava già dallo scorso mese di marzo di una possibile dismissione della linea di lettori multimediali di Microsoft: stavolta Zune chiude per davvero. Dopo una ulteriore ridda di voci e una rapida smentita, altrettanto rapida è stata la smentita-bis: i player Zune cesseranno davvero di essere prodotti.

Dopotutto, come già si disse mesi addietro, Microsoft è orientata a potenziare i Windows Phone; e il resto del mercato vede la sfida Apple-Android (non a caso Google si era “pappata” Motorola Mobility lo scorso agosto).

Insomma in un momento in cui tablettelefoni che sono di fatto dei minicomputer la fanno da padrone – sfidandosi su vari fronti, dall’hardware alle app ai contenuti multimediali – un player che avrebbe potuto fare molta strada e forse essere l’anti-iPod, ma che di fatto era giunto sulla scena con 5 anni di ritardo nel 2006, cominciava ad apparire più che obsoleto.

Inizialmente sbeffeggiato per il suo aspetto poco attraente, per il colore marrone e persino per il nome (che suonava esattamente come un termine ebraico relativo al rapporto sessuale); in evidenza per il controverso lancio pubblicitario con tanto di immagini allusive, la sua prima incarnazione (nome in codice: Argo) era basata sul Gigaset S della Toshiba, società con cui Redmond si era per l’occasione alleata. Pur con tutte le modifiche del caso – ne esistono 4 “generazioni”, l’ultima datata 2009, diretta concorrente dell’iPod TouchZune non aveva mai sfondato. 

Una curiosità: chi scrive aveva notato mesi addietro uno strano trend; osservando dati relativi a streaming e download di alcuni artisti, sembrava che il Marketplace musicale dedicato a Zune stesse avendo più movimento di prima, nonostante le voci sullo stop alla commercializzazione.

Zune in declino e servizio online in ascesa? Pare proprio di sì; e questo perché ai suoi contenuti accedono anche utenti Xbox e Windows Phone; Microsoft deve aver certamente notato la tendenza. Il nome Zune continuerà almeno per ora a sopravvivere, associato appunto a software e servizi online come Zune Music Pass.

[Pubblicato su Mytech http://mytech.it/web/2011/10/05/microsoft-addio-zune-e-davvero/]

Partito Pirata quasi al 9%: a Berlino un risultato storico

La formazione politica che nella originale versione svedese ha già raggiunto il Parlamento Europeo, va oltre le aspettative in Germania

Un successo clamoroso, anche meglio di quello svedese: a Berlino il Piratenpartei, versione tedesca del “Partito Pirata” presente in diversi paesi del mondo, si aspettava un buon risultato: magari la fatidica soglia del 5%.

Invece è arrivato ben oltre, toccando l’8,9%. In una tornata elettorale che per i grandi organi di stampa vede innanzitutto una ennesima sconfitta per Angela Merkel, anche se i socialdemocratici della Spd perdono qualche punto, quello dei “pirati” è sicuramente il risultato più clamoroso.

Tiene la Cdu ma sono pesantemente sconfitti i Liberali del Fpd alleati della Merkel, che non ottengono seggi e quasi spariscono, crescono i Verdi che sembrano catturare i voti in uscita dalla Spd e si candidano a essere alleati naturali di questo partito; con il loro exploit i Pirati si collocano però tra i principali partiti, al quinto posto per l’esattezza: molto vicini alla Linke, formazione di sinistra finora alleata con la Spd. Gli attivisti del Piratenpartiet, partiti da tematiche come copyright, filesharing, censura, protezione dei dati, sono riusciti a catturare in particolare l’elettorato giovane – proprio come in Svezia un paio d’anni addietro – mostrandosi attenti anche ad altre tematiche sociali.

Anche se non è garantito che un simile scenario si potrebbe replicare a breve a livello nazionale – alcuni sondaggi per esempio parlano di una possibile ondata euroscettica che potrebbe votare in massa per un eventuale nuovo partito di stampo conservatore – quello berlinese è un risultato clamoroso e un campanello d’allarme per i partiti tradizionali: i cittadini europei sono sempre più attenti alle nuove tematiche e chiedono un “aggiornamento” in tal senso anche alla classe politica.

[Pubblicato da Mytech]

Estensione di copyright in Europa: il pasticcio continua

L’Unione Europea allunga la vita del copyright per le registrazioni discografiche: salvi i master dei Beatles; luci e ombre del provvedimento

La Gran Bretagna – che pure avrebbe interessi discografici forti – aveva speso fiori di quattrini per commissionare studi e dire no, dopo vari cambi di schieramento. Tutto era fermo dal 2009. Il parlamentare europeo del Piratpartiet svedese Christian Engström aveva di recente cercato di bloccare un colpo di mano dei lobbysti pro-estensione. Invece all’improvviso, l’Unione Europea ha approvato una direttiva per portare il copyright sulle registrazioni discografiche da 50 a 70 anni.

Il tutto mentre in America si discute per anticipare la tutela federale del copyright proprio sullo stesso settore e quindi forse rivedere alcune parti della attuale legislazione; sembra abbastanza bizzarro che si sia verificato tutto questo, all’improvviso e senza un dibattito.

Qualcuno suggeriva anzi che essendo nel frattempo cambiato il Parlamento in seguito alle ultime elezioni, la procedura sarebbe dovuta ripartire da zero, cancellando la decisione di due anni fa che invece ieri ha fatto un passo avanti con l’approvazione della direttiva.

L’accelerazione sembra avere solo un motivo: le prime registrazioni dei Beatles, quelle fatte in Germania nel 1961 con Tony Sheridan e sotto l’egida di Bert Kaempfert, all’epoca produttore e talent scout per la Polydor, entreranno nel pubblico dominio come master il 1° gennaio 2012. In mancanza di una estensione, da allora e nello spazio di pochi anni, intere discografie sulle quali tuttora si regge l’industria delle major classiche del disco sarebbero diventate ripubblicabili a costi contenuti da una miriade di “budget label”, semplicemente pagando i costi della SIAE o delle sue consociate estere.

L’Europa bissa così in un certo senso i contenuti della legge americana, senza arrivare agli eccessi dei 95 anni ventilati anni fa da qualcuno, né a quelli del copyright “eterno” che sembra risultare dal caso Capitol v. Naxos di qualche anno addietro (anche quello essenzialmente messo su per tutelare i master di Beatles & co. possibilmente senza fine).

Gli stati hanno ora due anni di tempo per ratificarla. Qualcuno – come Abba, Mick Jagger e U2 – canta già vittoria. Jim Killock di Open Rights Group parla di “disastro culturale” e riferisce che gli studi mostrano che il 90% delle somme verrebbe incamerato dalle label.

Vanno però fatte alcune riflessioni:

1) riusciranno paesi come Gran Bretagna e Italia, i cui governi hanno al momento problemi più seri da affrontare dell’estensione del copyright – di cui beneficerebbero essenzialmente un pugno di società e forse solo qualcuno degli interpreti – ad approvare nel giro di meno di tre mesi la suddetta ratifica, prima che qualcuno cominci a ripubblicare il materiale del 1961?

2) come nota un commentatore sul blog di Christian Engström, del Partito Pirata svedese: “Se scopro una cura per il cancro, posso ottenere un brevetto sulla mia invenzione ed essere tutelato per 20 anni. Ci vuole una piccola fortuna per ottenere il brevetto – specialmente se voglio essere tutelato in tutto il mondo – e bisogna scrivere e inviare tonnellate di documentazione. Se prendo un microfono e canto una canzone, quella registrazione è ora automaticamente protetta per 70 anni, a livello globale, senza alcun costo o sforzo”.

3) Che succederà quindi alle label che hanno già stampato materiale più vecchio di 50 anni (ma che non ha ancora raggiunto i 70 dalla prima pubblicazione)? In altre parole, per fare un esempio pratico (ma ce ne potrebbero essere una miriade così) quella stessa EMI che beneficerebbe dell’estensione per i master dei Beatles potrebbe ritrovarsi citata in giudizio per aver sfruttato in Europa master di altri artisti che in origine non erano suoi, ma che in Europa erano divenuti di pubblico dominio nel 2005? La direttiva sarà pienamente retroattiva o no?

Se quindi una parte importante dell’industria musicale sembra salutare con favore questa mossa, a chi scrive sembra che ci siano tutte le premesse per ingarbugliare ulteriormente una situazione già complessa, in un settore che avrebbe bisogno di chiarezza, semplificazione e di una boccata di ossigeno per un mercato – in particolare quello dei supporti fisici – agonizzante da oltre un decennio.

[Pubblicato da Mytech]

Understanding 9/11: dieci anni dopo, la memoria è su Internet Archive

Rinnovata da qualche tempo una sezione speciale dell’Internet Archive: la Rete continua a preservare la memoria dell’11 Settembre

Dieci anni fa, il mondo si trovò improvvisamente cambiato, precipitato di colpo nella paura e nello sgomento dai tanto assurdi quanto tragici attacchi terroristici che l’11 settembre 2001 colpirono gli Stati Uniti.

Di quei momenti e di quello che seguì stiamo ancora vivendo le conseguenze: paesi come l’Afghanistan dove ancora si combatte; un allarme verso il terrorismo mai sopito, controlli e limitazioni alle libertà individuali (online e non solo) tuttora presenti.

Sembra ieri, eppure è già storia: e Internet sin da allora è stato uno spazio dove discutere, pubblicare informazioni, cercare la verità (o per qualcuno proporre fantasiose teorie cospirazioniste); e soprattutto, preservare la memoria.

Internet Archive ha avuto per molti anni materiali sull’argomento. La sua Wayback Machine era ed è uno strumento per conservare pagine web che i posteri continueranno a visionare e a studiare in futuro. Documenti come le prime pagine di siti come CNN.com, per esempio, risalenti a quelle ore.

C’era da aspettarsi una rinfrescata ai materiali disponibili, soprattutto visto che essendo passati diversi anni, si possono avere file a bitrate migliori, per i documenti audio e video. Così ecco il lancio di Understanding 9/11 – A Television News Archive, ricco archivio con 3000 ore di trasmissioni televisive andate in onda nell’arco di 7 giorni, su 20 canali internazionali. Lo stesso Brewster Kahle, anima di Internet Archive, ha presentato il 24 agosto scorso il progetto nel corso di una conferenza.

Una prima versione di questa raccolta era comparsa già nell’ottobre 2001 come Televisionarchive.org; la collezione era stata ristrutturata in una versione tuttora visibile su Archive.org, nel 2007; quella attuale è quindi la terza versione.

Nonostante queste immagini ci siano passate davanti agli occhi centinaia di volte, è impressionante per chi ha vissuto quegli attimi, rivivere quei momenti, con tanto di dirette televisive “normali” e tagliate da improvvise e scioccanti “Breaking News”.

Internet Archive dispone tra l’altro di un altro documento notevole su quel giorno: una raccolta di registrazioni delle comunicazioni radio dei pompieri newyorkesi, rese pubbliche nel 2005. Un altro reperto unico, che continuerà ad essere tra i documenti più importanti che l’archivio ha reso disponibile al mondo intero.

[Pubblicato da Mytech]

Music Beta by Google: arriva Magnifier, con altra musica gratis

Continua la graduale espansione del locker musicale di Google, con il lancio di un blog e nuove “iniezioni” di musica gratis

Si chiama Magnifier (“lente d’ingrandimento”) ed è una sorta di blog musicale: è un estensione di quel Music Beta by Google che rappresenta l’offerta di musica in streaming – e di locker per file musicali – di Mountain View.

Attivo dall’11 agosto anche se non particolarmente promosso o evidenziato da Google stesso (ma ora segnalato ai fortunati che già possono collegarsi al proprio locker) è sia un modo per conoscere nuova musica grazie a brevi post con segnalazioni e recensioni, che per arricchire la propria collezione con tracce aggiungibili gratis al proprio account. Con un solo clic ci si può aggiudicare la “Song of the day” oppure una intera raccolta di brani gratuiti di questo o quel genere. Nella sezione “Antenna” invece viene presentato l’artista della settimana, di cui si offrono generalmente due o tre brani. Con un secondo clic sullo stesso pulsante (che nel frattempo si è trasformato in un “Listen”) si passa dall’aggiunta all’ascolto immediato dei pezzi.

Insomma niente di rivoluzionario ma sicuramente un bonus gradevole e ben fatto, che se non altro caratterizza in maniera ancor più netta il servizio rispetto all’iCloud di Apple e alla “scatola vuota” di Amazon, che sembra restare al palo…

 

[Pubblicato da Mytech]

Commodore USA: il ritorno di un mito

Dietro una tastiera decisamente familiare per molti appassionati batte il cuore di un PC nuovo di zecca: il ritorno del Commodore 64 e dei suoi fratelli Amiga e Vic-Slim

Meebo, addio alle chat room

Un nome dal business model variabile e spesso incerto; una serie di chat discretamente frequentate; l’annuncio della chiusura delle chat, ufficialmente quasi senza motivo. Perché Meebo abbandona le chat room?

Esiste dal 2005 ma non ha mai sfondato, nonostante negli anni abbia avuto capitali e finanziatori di tutto rispetto (tra questi ultimi Sequoia Capital e Time Warner). Chi lo conosce associa il suo nome all’instant messaging e a stanze di chat sparse qua e là per la Rete grazie all’embedding.

Stiamo parlando di Meebo, che dallo scorso 9 agosto non consente più la creazione di chat room private dal proprio messenger, né di stanze pubbliche di cui poi fare l’embed suoi propri siti.

Se Meebo Messenger non sarebbe di per sé una cattiva idea (consente di chattare con tutti i propri contatti su vari network come AIM, Yahoo, Windows Live Messenger, Google Talk e via dicendo) va detto che intanto esistono altre applicazioni che fanno lo stesso; e inoltre, bisogna pur ammettere che spesso chi conosce questo nome ha incontrato durante la propria navigazione non l’IM di Meebo ma una qualche finestra di chat realizzata in embed grazie alle Meebo Rooms.

Già lo scorso anno un primo taglio alle suddette “stanze“. Che la community non ha proprio compreso, provocando una seria emorragia di utenti.

Ufficialmente, era come se Meebo volesse concentrarsi su alcune funzioni, e le chat room non rientrassero più in questi piani.

In effetti il servizio attuale sembra proporsi come un misto di messaggistica, social network e barra per messaggi pubblicitari, nel tentativo di creare un mix tra una piattaforma di advertising e le funzioni social così diffuse ed apprezzate di questi tempi. Non manca la presenza sui più popolari smartphone, con app dedicate per iPhone, Android e BlackBerry, che potrebbero essere i prodotti più interessanti; ma questi continui aggiustamenti e cambi schizofrenici risultano in un business model altalenante e incerto. Col a rischio di mettere su qualcosa che potrebbe non piacere né agli utilizzatori, né agli inserzionisti.

Come dicevamo, da agosto non si possono più creare nuove stanze; a il 4 ottobre 2011, la chiusura definitiva di tutte le chatroom ancora attive. Sembra un po’ un “seppuku” digitale, un suicidio online poco comprensibile. Le motivazioni sono ancora nebulose.

Il comunicato ufficiale non dice molto:

Siamo spiacenti di comunicarvi che abbiamo deciso di chiudere il prodotto Meebo Rooms. Non è una decisione presa con leggerezza. In Meebo creiamo prodotti che collegano le persone ai propri interessi e ad altre persone che condividono gli stessi interessi, e siamo giunti alla convizione che le Meebo Rooms non ci aiutino più a raggiungere al meglio quegli obiettivi. 

Noi una mezza idea ce l’avremmo. Needaddys è un sito dove persone in cerca di contatti si scambiano indirizzi generalmente per MSN o altri programmi di messaggistica o social network come Bebo e Facebook. E’ frequentato per la maggior parte da utenti britannici e la chat room altro non è che un embed realizzato con Meebo. Entrando nella stessa, si può leggere un messaggio che avverte come non essendo moderata la chat, la stessa potrebbe presentare contenuti non adatti ai minori di 18 anni. Di fatto, entrando in una stanza teoricamente riservata agli adulti, si può notare che oltre il 90% degli utenti abbia un’età media di 15 anni, con picchi verso il basso anche di 11-12 anni.

Una situazione potenzialmente pericolosa. E’ probabile che qualcuno abbia pensato che moderare un fenomeno del genere, su vasta scala, sia praticamente impossibile. E che Meebo abbia deciso di “amputarsi” questa parte piuttosto che spendere notevoli risorse per ristrutturare il servizio e creare sistemi di verifica del’età e dell’identità dei propri utenti oppure aree separate per minorenni e maggiorenni, come avviene in alcuni servizi di chat e mondi virtuali.

[Pubblicato su Mytech http://mytech.it/web/2011/09/05/meebo-addio-alle-chat-room/]

BBM Music, anche il BlackBerry tra le “nuvole” musicali

Research In Motion lancia un servizio cloud per BlackBerry: musica delle major in USA, Canada e Regno Unito

E’ partito a fine agosto in “closed Beta” e in tre paesi (Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada): è BBM Music, ultimo nato tra i servizi musicali “cloud“. Il lancio vero e proprio è previsto a fine anno in diversi paesi e al costo di 4,99 dollari al mese. Le agenzie riferiscono di “una selezione” di musica delle quattro major del disco (Universal, Sony, Warner, EMI).

A quanto pare, Research In Motion, casa madre degli smartphone targati BlackBerry sembra voler dire “ci siamo anche noi”, e si butta a pesce in quella che sembra la moda del momento, unendola con un’altra delle ossessioni del nostro tempo, il social networking.

Così, si potrà costruire una rete di contatti interessati alla musica; i nostri amici vedranno cosa ascoltiamo noi e viceversa: ogni utente avrà un profilo di 50 brani preferiti e potrà “scambiarne” 25 al mese.

Sarà anche possibile creare delle playlist con i titoli dei brani presenti sul proprio profilo o in quelli degli amici e condividere le playlist stesse.

Insomma, Apple avrà forse poco da temere, ma è ancora un nome che si aggiunge a una scena cloud/social in rapido affollamento, un potenziale concorrente sia di servizi stile Spotify che di cose come Music Beta di Google.

[Pubblicato su Mytech http://mytech.it/web/2011/09/04/bbm-music-anche-il-blackberry-tra-le-nuvole-musica/]

Megaupload, la grande truffa dei cyberlocker?

Un giro enorme di utenti e di file, moltissime violazioni di copyright reali o potenziali, un solo beneficiario: il suo pittoresco proprietario. L’avventura (a rischio) di Megaupload e dei suoi “fratelli”

Che Megaupload fosse un sito in cui la gran parte dei materiali circolanti è formata da file pirata di ogni genere (film, musica, programmi per computer e via dicendo) è cosa nota, come pure che negli ultimi anni i titolari di copyright e i loro legali abbiano tenuto d’occhio il fenomeno e abbiano cominciato ad intentare le prime azioni legali nei confronti di questo sito.

Per esempio Perfect 10, una casa produttrice di materiale per adulti, lo scorso febbraio, accusava Megaupload di ripetute violazioni della normativa statunitense. Peraltro, Megaupload non solo non aveva rimosso una serie di file dopo aver ricevuto lo scorso anno regolari notifiche dai rispettivi titolari; ma neppure sembra rispettare le minime formalità previste dal DMCA, omettendo ad esempio di pubblicare nominativi e contatti del personale incaricato di far rispettare le regole.

Ma dietro quello che potrebbe essere un locker perfettamente a norma e per certi versi affine sia ai servizi cloud recentemente lanciati o annunciati da nomi come Apple, Amazon o Google, che ad altre soluzioni già utilizzate da tempo per spedire, salvare o condividere file online (da Dropbox a YouSendit) c’è una complicata ragnatela che – a parte le violazioni di copyright reali o potenziali – rasenta il confine della truffa su vasta scala.

Nomi e siti si moltiplicano, quasi a voler creare ulteriore caos: dal noto Megaupload allo streaming di MegaVideo, fino a MegaLive, MegaPix, MegaBox e a un paio di nomi che lasciano poco alla fantasia, Megarotic e MegaPorn.

Non manca il materiale autorizzato (ecco per esempio un file autorizzato dai titolari: un videoclip del gruppo Nylon Pink) ma sembra veramente difficile da reperire, sepolto com’è sotto un’infinità di terabyte di file di dubbia provenienza, lasciati in pasto al pubblico della Rete.

Ci sarebbero dei programmi che promettono ricompense per gli utenti: caricate file, verrete pagati un tot per ogni utente che scarica o guarda in streaming. Il problema è che tutto ciò è alquanto dubbio.

Esempio pratico: chi scrive lo scorso anno ha provato a caricare tre filmati di pubblico dominio su Megaupload e Megavideo. Due non hanno avuto praticamente riscontri. Uno ha invece ottenuto oltre 10000 download. Risultato? Solo poco più di un centinaio di “punti” accreditati, come se il 99% degli scaricamenti non contassero nulla. Non solo: poco tempo dopo la sezione “rewards” è scomparsa del tutto da Megaupload, mentre si continuano a promettere analoghe ricompense per i siti “fratelli” a sfondo pornografico.

Nessun pagamento, dunque; e non è un caso isolato. In pagine web e forum si trovano messaggi di utenti che si lamentano di non aver mai ricevuto alcun pagamento nonostante i numerosissimi download ricevuti per i propri file.

Il dubbio sorge: non è che alla fine l’unico beneficiario sarà lui e basta, Kim Schmitz, spregiudicato (ma anche pregiudicato, per via di di alcune truffaldine vicende finanziarie avvenute nello scorso decennio) titolare del gruppo di siti?

Schmitz è un personaggio pittoresco, passato dai trascorsi di hacker a criminale finanziario con fedina penale non esattamente immacolata. Corpulento, si diverte a postare foto di se stesso accanto a belle donne e alla sua presunta flotta di aerei (non suoi). Poi “scompare” dalla Rete facendo sparire blog ma lasciandosi dietro tracce varie. Proprietario di automobili di lusso tra cui una Rolls (e sotto inchiesta per le immatricolazioni con dati falsi); nascosto ma non troppo da qualche parte in Asia, con base a Hong Kong (ma gli utenti cinesi non possono accedere ai suoi servizi, né gli stessi risiedono fisicamente in questo paese come server). Poi residente, pare, in Nuova Zelanda, dove avrebbe acquistato la casa più costosa del paese. Classe 1974, tedesco ma dotato di passaporto finlandese (?) “Kim Dotcom” o “Kimble“, come viene soprannominato, o anche “Kim Tim Jim Vestor” (nome taroccato con cui opera ad Hong Kong) sembra preso di peso da un clone trash delle pellicole di James Bond.

All’inizio dell’anno, su PaidContent, Joe Mullin dichiarava che il 2011 sarà probabilmente “l’anno in cui il P2P sarà finalmente eclissato dai cyberlocker“. E se un download di un torrent con centinaia di fonti può essere più rapido di un download diretto da un locker (e non essere funestato da intrusioni pubblicitarie) c’è decisamente del vero in questa dichiarazione. Gli ultimi 2-3 anni hanno visto un’escalation di questo tipo di servizi, alcuni dei quali peraltro dispongono di versioni a pagamento e – tra servizi premium e introiti pubblicitari – fatturano somme ragguardevoli, che certo non circolano in molti ambienti peer-to-peer.

Se alcuni locker concorrenti del network legato a Megaupload hanno avuto i loro problemini giudiziari (RapidShare, ad esempio) altri mantengono un basso profilo, più “pulito” e – pur offrendo anche ricompense in denaro, come Filesonic – sembrano in generale più corretti di Schmitz & c.

Un esempio pratico? Il citato Filesonic innanzitutto non è infestato da banner e popup. Poi è possibile integrarlo con un serivizio rispettabilissimo come DropBox; sulla propria homepage dà spazio all’”artista della settimana”, quindi a contenuti perfettamente legittimi, diffusi dagli stessi creatori; infine, le sue statistiche non saranno esaltanti come quelle di Megaupload ma il sito sembra davvero rimuovere file sospetti in tempi relativamente rapidi e accreditare qualche centesimo per i (pur pochi) download regolarmente ottenuti giorno per giorno.

Mentre il pubblico si sposta in massa su questo tipo di applicazioni, l’attenzione dei titolari di copyright si alza; e chissà se gli 007 di qualche paese sono a questo punto alla caccia di Schmitz, che ci immaginiamo spaparanzato al sole in qualche località esotica, in dolce compagnia e con la Rolls Royce Phantom intestata a chissà chi, parcheggiata poco lontano.

In chiusura, però, vale la pena fare una precisazione; dopotutto Schmitz non deve avere troppo da temere dalla recente e strombazzata citazione in giudizio: Perfect 10 – società nata per pubblicare un omonimo magazine stile Playboy, che ha cessato le pubblicazioni nel 2007 dopo 10 anni senza mai riscuotere troppo successo – negli anni si è guadagnata la poco onorevole reputazione di “copyright troll“, con cause non esattamente motivate nei confronti di grossi nomi come Amazon, Microsoft, Google, CCBill. Come dire: una società che non avendo avuto particolare successo con i propri contenuti, tenta di fare business model con le azioni legali.

Spesso però finendo bastonata in tribunale, come è successo lo scorso anno in un caso che la vedeva contrapposta a RapidShare, che a sua volta ha deciso di rivalersi su Perfect 10

[Pubblicato su Mytech, http://mytech.it/web/2011/09/03/megaupload-la-grande-truffa-del-filesharing/]

Wal-Mart, addio alla musica digitale

Il colosso della grande distribuzione getta la spugna: per il grande pubblico Wal-Mart non è mai stato un buon posto per comprare mp3; e, dietro le quinte, il destino del vecchio Liquid Audio

A dargli uno sguardo mentre scriviamo queste righe il 10 agosto 2011, su mp3.walmart.com sembrerebbe tutto regolare: un brano di Katy Perry in cima alla classifica, spot che segnalano la presenza della soundtrack di Cars 2, persino un feed che segnala le ultime novità apparse solo poche ore fa.

Insomma un negozio di musica formato mp3 in piena attività; nulla che lasci presagire che il sito chiuderà i battenti il 29 agosto, segnando l’uscita di Wal-Mart, colosso della grande distribuzione negli Stati Uniti, dal mercato della musica digitale.

Ne dà notizia Digital Music News, citando un comunicato inviato a partner e titolari di contenuti.

Nonostante il nome e le dimensioni, Wal-Mart non aveva mai avuto particolare successo in questo settore, un po’ come le major del disco per anni non sono riuscite ad imporre propri servizi di distribuzione (Sony Connect, ad esempio) o formati e DRM proprietari.

La catena di supermercati utilizzava un fornitore il cui nome dirà poco ai più, ma che – nel bene e nel male – ha fatto la storia della musica online: Liquid Digital Media.

Erede (dal 2003) dell’originale Liquid Audio attiva a fine anni ’90 e fondata addirittura nel 1996, tra i primi servizi a vendere download tra il 1997 e il 1998, Liquid aveva un proprio formato (basato sul Fraunhofer AAC), un proprio player, addirittura occorreva acquistare un software (Liquifier Pro) per convertire i propri brani da inserire in distribuzione. Un sistema macchinoso e costoso, che però non mancò di farsi notare, per una breve stagione, anche per il tentativo di mettere su un circuito distributivo (Liquid Music Network) a cui apparteneva anche il primo sito italiano a dotarsi di licenza multimediale SIAE, Web Music Company.

Quella stagione fu però effimera: l’ascesa di Liquid si può dire conclusa tra il 1999 e il 2000, quando oltre a una pletora di concorrenti decisamente più accessibili, fece la sua comparsa la prima versione di Napster. Passato di mano appunto nel 2003 (ad Anderson Merchandisers, che già riforniva la catena di supporti musicali “tradizionali”) Liquid rinasce ma con una sola funzione: diventa il fornitore ufficiale di musica digitale per Wal-Mart.

Certo, un grande nome e una grande struttura: ma nel frattempo altri (a partire da CD Baby) fondano ampi circuiti distributivi, i cosiddetti aggregatori, che arrivano ad Apple iTunes e in altri servizi. Liquid sembra confinata nel suo ambito e non sembra produrre grandi risultati. Il formato nel frattempo è diventato il WMA di Microsoft, fino all’abbandono del 2008, in maniera non proprio elegante, per passare all’mp3 puro e semplice, senza protezione (curiosamente il comunicato attuale parla di fare salvi i vecchi file protetti: chi scrive era a conoscenza della loro inutilizzabilità già dal 2008…).

Ma anche dopo il passaggio al DRM-free le vendite continuano a latitare. E dopo altri 3 anni, Wal-Mart stacca del tutto la spina. Per il colosso significa poco. Può vendere migliaia di altri articoli diversi, e non sentirà molto la mancanza degli mp3, che la gente continuava comunque a prorcurarsi altrove.

Per Liquid, invece, potrebbe essere il canto del cigno: quel che resta di uno dei pionieri della musica online sembra destinato a non lasciare traccia. Perso l’unico cliente importante per la distribuzione di mp3, resta uno scarno catalogo discografico; già, perché a fine 2006 Anderson aveva pensato di trasformare Liquid anche in etichetta discografica.

Era stata contattata la prima (e finora unica…) artista, Ashlyne Huff, che però è uscita nel 2009 con un singolo digitale, l’anno dopo con un EP e solo nel 2011 con il primo album. Un po’ pochino.

Su Liquid.com si legge: “Liquid Digital Media is an artist-friendly, retail-driven record label, revolutionizing the music experience for the fans through leading-edge technology and industry experience“.

Dietro i termini entusiastici e pomposi del marketing c’è la fine di un sogno e il ridimensionamento a una piccola e banale label come tante. Che avrebbe potuto sfruttare la sinergia con Wal-Mart (e in effetti aveva cominciato a farlo per la promozione della Huff) e che ora invece si trova a dover vendere il proprio prodotto in file e cd passando – come tutti – per iTunes ed Amazon.

[Pubblicato su Mytech, http://mytech.it/web/2011/08/10/wal-mart-addio-alla-musica-digitale/]