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CD Baby: Tunecore aumenta i prezzi? Venite da noi

Un distributore di musica aumenta i prezzi per pubblicare su iTunes & co.: e la concorrenza ci va a nozze…

Se questo fosse un film, lo potremmo intitolare: “2011: Fuga da Tunecore“.

Chi scrive qualche settimana fa si è visto recapitare da un’amica cantante un messaggio standard del distributore musicale Tunecore.

Era il momento di versare la cifra annuale per il rinnovo dei servizi (Tunecore non lavora con percentuali ma con cifre fisse pagate all’inizio e poi di anno in anno).

La distribuzione di un singolo era ancora ferma a 9,99$, come nel 2008 quando il brano in questione era stato pubblicato.

Invece, per un album uscito nel 2009, i cui costi distributivi ammontavano originariamente a 19,98$ e il cui rinnovo lo scorso anno era stato effettuato allo stesso prezzo, c’era una richiesta particolare: 49,99 dollari.

L’importo non è casuale: Tunecore di fatto avrebbe ampliato la lista di servizi e modificato in parte la propria offerta, annunciando ufficialmente il 12 maggio scorso le varie novità.

Ma l’aumento del 150% delle tariffe ha scioccato non pochi musicisti indipendenti, nelle scorse settimane. Diversi artisti hanno cominciato a lavorare col sito quando il costo della distribuzione era di soli 7,98 dollari. Molti – non utilizzando più dei pochi servizi di base – meditano di lasciare il servizio e rivolgersi alla concorrenza.

Che non sta a guardare: ReverbNation ed altri già si starebbero muovendo, tentando i clienti di Tunecore con offerte per trasferire il proprio repertorio.

Chi però ha battuto tutti sinora è CD Baby; il popolare distributore indipendente e fornitore n.1 di Apple iTunes ne ha fatta una delle sue: ha lanciato un sito ad hoc all’indirizzo cdbabylovesyoumore.com.

Il sito che ha cambiato il modo di distribuire musica e che ha aiutato oltre 250.000 artisti a restare in sella per oltre un decennio, invita apertamente alla fuga da Tunecore ma anche da ReverbNation e altri concorrenti: tariffe scontate del 50% per tutti e nessun costo annuale (CD Baby si regge sulle percentuali, in caso di vendite).

L’offerta è valida solo per i titoli già pubblicati in Tunecore e altri distributori della concorrenza; contattando cdbaby {at} cdbaby(.)com, scrivendo “Switch to CD Baby” nell’oggetto e i propri dati nel messaggio, si potrà accedere all’offerta, aggressiva e decisamente furba.

CD Baby vi ama di più”, dice lo slogan. Come dargli torto? ;)

(Si ringrazia Nicola D’Agostino per la collaborazione)

[Pubblicato su Mytech, http://mytech.it/web/2011/05/19/cd-baby-tunecore/]

Musica online: pirateria, vendette & peer-to-peer

“Vendicarsi” a mezzo Torrent regalando copie pirata di tutta la discografia di un artista? Ai nostri giorni succede anche questo…

Avete presente quelle iniziative pittoresche (nonché di cattivo gusto) che di tanto in tanto si verificano in Rete e fuori in cui il personaggio di turno, magari un ex fidanzato tradito, decide di “vendicarsi” dell’ex amata magari diffondendo foto compromettenti o tappezzando la città di manifesti “spiritosi” (quando non offensivi e basta) con espliciti riferimenti alla persona?

Di cose del genere, online capita di vederne: spesso si tratta in realtà di falsi, operazioni pubblicitarie o di phishing atte a catturare dati personali oppure a ottenere qualcosa (click su siti affiliati e via dicendo). Il curioso-guardone di turno fa click, nella speranza di trovare chissà cosa, e magari fa un favore a quel qualcuno che prometteva di regalare - per “vendetta” - immagini osé ai visitatori di una certa pagina.

Chissà se il personaggio della nostra storia ha pensato a questo tipo di schemi quando ha escogitato il modo di vendicarsi del comportamento di uno sciagurato esponente del mondo musicale.

Da qualche anno circola infatti in The Pirate Bay un curioso file torrent. Di fatto, consente di recuperare abusivamente praticamente tutta la discografia del gruppo dei Ministry (334 file, 2.75 Gb). Che c’è di strano, direte, non accadono cose del genere per tutti gli artisti che hanno un certo nome, a danno di musicisti ed etichette e per la gioia di fan squattrinati?

Il file non è stato messo su per caso, da un fan qualsiasi. E’ opera di un ex titolare di club, ed è una diretta ripicca verso Al Jourgensen, sciagurato leader e unico membro fisso dei Ministry.

L’episodio che ha causato questa curiosa reazione risale a qualche anno addietro, “prima dell’11 settembre”, riferisce l’autore del file, che ha raccontato in un breve testo (allegato ai file) la sua vicenda.

Jourgensen doveva esibirsi nel locale del nostro amico. Invece, quando questi andò a recuperare la rockstar in aeroporto, trovò la polizia che lo prelevava dall’aereo sul quale aveva dato in escandescenze solo perché voleva fumare a bordo. A parte urla e minacce alla polizia stessa, l’arresto si era verificato perché il cantante aveva sproloquiato qualcosa sul far saltare l’aereo se non lo avessero lasciato fumare in pace.

Il buon gestore di club non si era perso d’animo: aveva parlato con le autorità, spiegato la situazione, promesso che avrebbe riconsegnato loro il personaggio dopo l’esibizione (cosa che non avvenne). Jourgensen fu così rilasciato e si presentò nel locale.

Ma non fu in grado di esibirsi; anzi, a quanto pare sotto l’effetto di droghe assunte all’arrivo dei poliziotti in aeroporto, diede nuovamente in escandescenze: lanciò sul pubblico la dotazione di bottiglie di birra cui aveva diritto per contratto e urlò cose come “Ministry is dead”, scatenando il caos.

La serata finì male, con gente che chiedeva rimborsi allo sventurato organizzatore.

Anni dopo, il nostro decise quindi di ripagare l’artista in qualche maniera: una vendetta a mezzo Torrent. Per ripagare con la stessa moneta (un danno economico di qualche tipo) ma in maniera decisamente più tecnologica, l’estrosa rockstar

(Si ringrazia Nicola D’Agostino per la collaborazione)

[Pubblicato da Mytech]

Ovi: si torna a Nokia

Clamoroso dietrofront: dopo neanche un anno, Nokia abbandona il marchio sotto il quale aveva raggruppato diversi servizi, dalla musica alle mappe

Quando Nokia annunciò che le proprie attività musicali sarebbero passate sotto l’”ombrello” del marchio Ovi, scrivemmo: “rinunciare a un marchio così celebre e inconfondibile per metterne uno ignoto e abbastanza anonimo sembra una scelta folle; a meno che non ci sia dell’altro in previsione”.

Il riferimento era a una possibile cessione delle attività così scorporate. Così non è stato.

E’ passato meno di un anno, e dopotutto – non eravamo stati gli unici a rimanere perplessi da quella scelta – l’idea è risultata balzana per davvero. E non ha avuto vita lunga.

Il nome Ovi aveva rimpiazzato quello della casa madre Nokia nel corso del 2010 non solo per la musica ma anche per altre attività legate ai contenuti digitali su cellulare; il termine era stato scelto per in quanto è la parola finlandese che significa “porta“. 

A suo tempo, dicevamo, ci trovammo a riflettere sull’abbandono di uno dei marchi più noti a favore di un nuovo nome; in aggiunta, in alcuni paesi non avrebbero neppure capito come pronunciarlo.

Ma la “porta” ai contenuti digitali – musica, giochi, mappe ecc. – non ha portato però bene al colosso della telefonia. E così ecco un brusco dietrofront. In realtà la nuova transizione è decisa ma non sarà immediata, probabilmente sarà anzi graduale e si verificherà entro il prossimo anno.

Ma la mossa era attesa a maggior ragione dopo l’accordo Nokia-Microsoft dei mesi scorsi: in quest’ottica, anzi, Engadget era arrivato a preannunciare una inclusione dei contenuti Nokia nel “marketplace” di Redmond.

Immancabile l’ondata di commentatori che ironizzano su Nokia che “sbatte la porta” o “chiude la porta” di Ovi: chi scrive aggiunge che forse questa mossa preclude all’avverarsi della decima tra le “11 previsioni“ per l’anno in corso presentate in questa sede tempo addietro… ;)

(Si ringrazia Nicola D’Agostino per la collaborazione)

[Pubblicato da Mytech]

Google Music: anche noi nella “cloud” (dopo Amazon)

Servizi “cloud” per la musica di Google e Amazon: pericolo per iTunes, o “nuvole” di fumo? Con una riflessione sul futuro prossimo della musica online

"Nuvole" di musica anche per Google, che lancia un servizio per certi versi simile a quello recentemente avviato da Amazon. Parte stasera (solo per gli USA: gli altri se vogliono, tramite un qualche servizio proxy possono ammirare la home page e rosicare…) Google Music. Anzi, per adesso, accanto alla parola “music” c’è un grosso “beta”, perché il tutto è in fase sperimentale. “Music Beta by Google”. L’indirizzo è music.google.com.

Dovrebbe essere qualcosa di importante: lo sbarco del colosso dei motori di ricerca nel settore musicale (dove per la verità ha già fatto esperienza in un territorio tutt’altro che trascurabile come la Cina). Sembra anche una sfida: Google parte senza l’accordo con le major del disco; ma ha appena fatto lo stesso Amazon con un servizio analogo. Ai bei tempi, per molto meno, ci si sarebbe ritrovati davanti al giudice Patel del Nono Circuito, con addosso un paio di ingiunzioni a mo’ di spada di Damocle. Adesso neanche le label sembrano farci caso più di tanto.

Cloud sembra l’ossessione di molti, di questi tempi. Poco tempo addietro era “web 2.0”. Tutto doveva essere più facile, più accessibile, più social. Più trash, se volete (quest’ultima accezione spesso ha finito per prevalere).

Il risultato della moda del 2.0 a tutti i costi è sotto gli occhi di tutti: siti-cadavere come MySpace che si trascinano senza un perché, un po’ come un locale dove prima tutti facevano festa a tutti i costi e che adesso è fuori moda (la festa si è spostata su Facebook, ma gli invitati nervosi già pensano ad altre destinazioni). Su questo ambito si sono innestate molte applicazioni che una ragione d’esistere ce l’hanno o ce l’avrebbero: per esempio SoundCloud (toh, riecco il tormentone) che di fatto è il mp3.com prima maniera di oggi, o se preferite l’unico vero erede di MySpace per la musica e una delle fonti primarie per la musica in Facebook. Una cosa destinata a durare, se non si fanno passi falsi.

Google Music BetaL’iniziativa di Google in campo musicale, analoga al Cloud Drive/Cloud Player di Amazon (anch’esso limitato per ora al pubblico statunitense e apparentemente più limitato in termini di spazio rispetto al servizio di Mountain View) sa invece un po’ di montagna che ha partorito il topolino. Concorrenza ad Apple iTunes? E con cosa? Con un “music locker” vuoto? Ne ha fatto uno anni addietro una persona che se ne intendeva, Michael Robertson: Mp3Tunes.com. Sta ancora lì e non sembra aver cambiato il mondo. Anzi, i più non se ne sono neanche accorti (il sito era peraltro partito come un venditore di mp3, sfortunato anche in quello, con repertorio limitato e anche funestato da qualche bug). A proposito. Sempre lui si era inventato una specie di locker musicale (Beam-It). Era finita con una megacausa da parte di Universal, che ne uscì vittoriosa.

Okay, sono due grossi nomi. Google soprattutto ha potenzialità anche con una cosa del genere: dopotutto moltissimi hanno account Google per un motivo o per un altro (Gmail, Google Docs, AdSense, YouTube e via dicendo). Quindi non c’è neppure la fatica di registrarsi a un servizio nuovo. Amazon anche ha la sua bella base di clienti, pur non essendo un’entità onnipresente come Google. Peraltro, nel caso di Amazon in realtà il servizio in parte funziona anche per noi: basta avere un account su Amazon.com e il Cloud Drive da 5 gb è utilizzabile. Il Cloud Player no, ma abbiamo casualmente scoperto che se dal tasto destro del mouse aprite un file mp3 presente nel Cloud Drive in un’altra scheda o finestra del browser, questo suonerà in streaming. Insomma una specie di Cloud Player artigianale, se volete. Eppure, qualche dubbio ci rimane; in uno scenario in cui lo scontro dell’anno sarà tra Apple e Spotify (con quest’ultimo che dovrebbe finalmente sbarcare in USA e per di più vendendo brani scaricabili direttamente, mentre Apple – che a suo tempo si era pappata Lala.com – potrebbe finalmente gettarsi anch’essa nel settore cloud e/o nello streaming) e comunque le altre cose più interessanti sono nel campo dello streaming più che del download (Grooveshark, Rdio, Songza…) e avere accesso a una libreria di materiale ascoltabile ovunque in streaming non richiede neanche il caricamento di file audio in fantomatici locker, aprire un servizio con uno spazio disco online per caricare i propri brani appare persino datato, un po’ fuori tempo massimo.

Su una cosa però scommettiamo: l’apatia delle grandi label. due su quattro (EMI e Warner) in difficoltà e di fatto in vendita. L’unica che potrebbe causare grane a Google e/o Amazon è Universal: solida, ricca di risorse e nota per non arrendersi nei casi di violazione di copyright. Eppure, appare difficile un altro caso UMG Recordings v. Mp3.com nel 2011, con Amazon o Google sul banco degli imputati. In caso di scontro frontale, peraltro, questa major potrebbe essere battuta in un solo modo: col denaro. Google è uno di quei colossi che potrebbe, volendo, comprare una major del disco per intero. Nel mondo, personaggi così ce ne sono pochi.

Un altro con abbastanza denaro da comprarsi l’intera industria del disco ci sarebbe. E si dice sia in fila tra i possibili acquirenti di EMI.

Si chiama Steve Jobs, e per il momento osserva le mosse degli altri giocatori.

Pubblicato su: http://mytech.it/web/2011/05/11/google-music-anche-noi-nella-cloud-dopo-amazon/

Da PayBox.me a VirtaPay: innovazione o truffa?

Un sistema di pagamento innovativo, una moneta “virtuale” e un potenziale concorrente di Paypal, o una clamorosa truffa? Note su PayBox.me (ora VirtaPay)

Non ci sono vie di mezzo: VirtaPay sarà o un pericoloso concorrente di Paypal, o una truffa che finirà con l’incriminazione dei suoi proprietari.

 

paybox_logo

Nato come PayBox.me, questo sito ha fatto parlare moltissimo di sé nel corso del 2010 e dopo un recente cambio di nome e un parziale restyling, teoricamente ha anche fatto dei progressi verso la costruzione di un proprio sistema di moneta elettronica e di pagamenti online.

C’è però un problema di fondo: PayBox.me/VirtaPay è troppo bello per essere vero. Inizialmente, un bonus di $50 veniva offerto ai nuovi iscritti, senza dover fare nulla (!). Fin qui non è una novità così clamorosa: chi scrive ricorda i giorni – quasi la preistoria della Rete –  in cui Paypal era in fase di lancio e a ogni nuovo account veniva accreditato un bonus di 5 dollari.

VirtaPay logo

Anche se il bonus iniziale si è poi ridotto a 25 dollari, ci sono altri modi per accrescere (quasi senza far niente) questo “gruzzolo” virtuale nel proprio account. Per esempio semplicemente facendo login e controllando il blog o le altre eventuali novità del sito. VirtaPay promette 20 dollari al giorno (paradossalmente, qualcuno ha notato che se non si fa nulla e ci si collega al proprio account ogni due giorni e basta, automaticamente il totale sale di 40 dollari; se invece si partecipa a qualche attività i bonus accreditati sono inferiori).

Ma stiamo correndo: perché mai dunque questo servizio regalerebbe soldi? In teoria per due motivi: per attirare nuovi clienti e per avere un gran numero di beta tester, i cosiddetti “early bird users” che partecipando a sondaggi e altre attività, aiuterebbero in concreto lo sviluppo del sito. Una volta raggiunto un paio di milioni di utenti, si passerebbe all’apertura vera e propria.

Sempre teoricamente, attualmente il sito è in fase di scrittura del codice per le transazioni di beni digitali, quindi per la vendita di cose come mp3 ed ebook. Finora è stato invece solamente possibile inviare denaro (virtuale) da un utente all’altro, mentre non è possibile né acquistare beni fisici, né effettuare transazioni dalla moneta virtuale a quella reale del proprio conto in banca o di una carta di credito, come invece avviene in Paypal sia per prelievi che per depositi e pagamenti.

VirtaPay promette infine bonus di 10 dollari per ogni registrazione effettuata tramite appositi link di affiliazione, che riporteranno il nome dell’utente “referrer” (esempio: http://www.virtapay.com/r/djbatman). E in teoria l’attivazione di una carta di credito che permetterà di spendere i propri danari sin qui accumulati e/o di usare VirtaPay un po’ come usereste Paypal e carta di credito.

Fin qui tutto ok. Ora le dolenti note:

1) Quando il servizio si chiamava ancora Paybox, il sito era infarcito di link Google ed altri banner. Una delle accuse mosse al misterioso servizio era di voler costruire una immensa rete di utenti guadagnando nel frattempo con link e banner, per poi dichiarare fallimento alla prima occasione (e non pagare alcuno dei ricchi bonus promessi).

2) Onestamente, alcune delle iniziative sinora presentate nella fase di testing sono più che dubbie: il sondaggio per l’e-commerce, nebuloso e privo di sostanza (si trattava solo di cliccare su una mappa e indicare gli stati dove avreste voluto fare shopping); un altro sondaggio, anzi due, per la scelta del design di una carta di credito, pieno di design brutti e banali, spesso con immagini di cattiva qualità prelevate da chissà dove; oppure di qualità buona ma comunemente reperibili in librerie royalty-free. Perché mai perdere tempo e denaro in un inutile sondaggio del genere, se un vostro dipendente può fare lo stesso lavoro praticamente gratis e in pochi minuti usando una immagine generica presa da Wikimedia Commons o da un cd royalty-free?

3) Delle presunte carte di pagamento non si sa più nulla.

VirtaPay - History

4) (e questo è forse il fatto più grave) molti hanno fatto notare come, a leggere bene le condizioni del servizio, la “virtual currency” di VirtaPay è davvero “virtuale”: i dollari VirtaPay non sono necessariamente equivalenti ai dollari americani e il tasso di cambio è tutto da stabilire. In altre parole, alcuni utenti si ritrovano bonus di 10.000 dollari e potrebbero scoprire (se mai il servizio arriverà alla fantomatica fase inaugurale) che in realtà hanno in tasca solo pochi spiccioli “veri”. Gli 800 e passa dollari accumulati dal sottoscritto nell’arco di alcuni mesi facendo qualche login occasionale o votando per i bruttissimi design delle carte sono probabilmente pochi centesimi o – nel migliore dei casi – pochi dollari. Ammesso che mai diverrano utilizzabili in concreto.

VirtaPay - Balance

5) In Rete si parla molto di questo servizio ed alcuni ritengono che dietro ci siano personaggi già dediti ad attività di truffe telematiche con altri siti, in passato. Lo schema ricorda per esempio un fantomatico servizio di qualche anno fa (GreenZap) operato da tale Damon Westmoreland, personaggio legato alla truffa piramidale ThePayline.com.

6) Non ci sono in effetti informazioni sulla società che lo gestisce. Peggio: se si controlla il domain virtapay.com tramite WHOIS, si scopre che è stato usato (ufficialmente per motivi di “privacy”) il proxy www.whoisguard.com per la registrazione. In altre parole, neanche da lì si riesce a sapere chi ne sia il proprietario. In realtà, ci sono tracce lasciate dal vecchio PayBox.me: secondo http://dnsw.info/paybox.me portano a una società francese, per l’esattezza a uno studio legale specializzato in proprietà intellettuale (?) con sede a Guyancourt, cittadina della regione dell’Île-de-France.

7) Il nome originario (PayBox) sembrava scelto apposta per creare confusione: sin dal 1999 esiste in effetti in Europa un servizio per pagamenti via cellulare con questo nome e il sito www.paybox.at.

In conclusione: continueremo a monitorare VirtaPay e le notizie ad esso relative, anche se l’utente medio della Rete è avvisato: molto probabilmente esplorare il sito o postare link in caccia dei ricchi bonus annunciati non è tanto diverso da giocare con le banconote di carta del Monopoli… ;)

Pubblicato su: http://mytech.it/web/2011/04/20/da-payboxme-virtapay-innovazione-o-truffa/

Bluebeat risarcisce EMI: no alla simulazione psicoacustica

Un bizzarro caso di copyright del 2009 si chiude, almeno in parte: EMI risarcita da Bluebeat per i brani dei Beatles

C’è voluto oltre un anno ma, dopotutto, la bizzarra spiegazione da fantascienza di BlueBeat per giustificare l’uso dei master discografici dei Beatles e di altri artisti senza permesso, al giudice non è andata giù. E BlueBeat ha finito pochi mesi dopo col risarcire EMI. I legali di BlueBeat paradossalmente cantano vittoria. Nessun commento da parte dei discografici.

Il sito rendeva disponibili migliaia di brani commerciali, venduti al prezzo stracciato di 25 centesimi di dollaro, ma – pur essendo questi identici agli originali – affermava di non aver rubato alcunché: “simulazione psicoacustica“, aveva detto nell’autunno 2009 Hank Risan, proprietario della società, che affermava di vendere una sorta di rifacimento, di cover ultra-fedele all’originale. Che però era stata realizzata a partire dai cd disponibili commercialmente e per di più spacciata assieme a copertine e titoli di album ufficiali con tanto di menzione della label d’origine.

La casa discografica dei Beatles, EMI, aveva reagito con una citazione in giudizio. In quei giorni peraltro nessuno poteva vendere legalmente la discografia dei Fab Four: lo stesso Apple iTunes non aveva ancora in mano le relative licenze; ci si sarebbe arrivati, finalmente, solo un anno dopo.

A dicembre 2010, mentre i Beatles “legali” facevano la loro comparsa in Rete, il giudice federale Josephine Staton Tucker liquidava così le affermazioni di Risan: “l’oscuro e indefinito linguaggio pseudo-scientifico sembra solo un modo prolisso per descrivere il ‘campionamento‘, ossia la copia, e non riesce a fornire alcuna prova concreta di creazione indipendente”.

Oggi, BlueBeat chiude il caso e – c’è da dirlo – a Risan va anche “di lusso”: con “soli” 950.000 dollari raggiunto l’accordo per i danni a suo tempo cagionati ad EMI.

E diciamo “soli” perché si tratta di un accordo stragiudiziale. Una condanna sarebbe stata decisamente più severa ed avrebbe portato quasi certamente alla chiusura del sito, oltre che a un risarcimento astronomico agli aventi diritto.

BlueBeat – caso Beatles a parte – sembra ora pienamente legale, ma allo stesso tempo ha (ancora!) cambiato business model, alla chetichella.

Vediamo perché. BlueBeat continua a distribuire musica, ma non vende più nulla. Fornisce stream gratuiti ascoltabili a 160 o 320kbps. E l’unica fonte di guadagno sembrerebbero i link di affiliazione ad Amazon ed iTunes e qualche link e banner di Google AdSense. Insomma niente di veramente “forte” che garantisca il futuro di un servizio così dubbio. Cliccando su un album “ascoltabile”, però, non si apre l’album ma un “canale radio” che suona qualcosa di quell’artista ma anche brani di artisti simili. Per esempio, cliccando su un disco degli Everly Brothers si finisce in una radio che suona un loro brano ma subito dopo passa a Gene Vincent. O cercando di aprire “Confessions on the dance floor” di Madonna si finisce ad ascoltare un mix esteso de “La Isla Bonita”…

E’ sparita la menzione delle label ma restano le grafiche originali. Altri album ancora non portano a nessun link, come una raccolta di brani “Italo Disco Collection vol.2”. Ci sono titoli e artisti ma non si ascolta nulla.

You are listening to fully-licensed simulated performances”, dice ancora ambiguamente il sito nella pagina da cui si effettua lo streaming di un brano. E subito dopo “©2011 BlueBeat.com“. Particolare inquietante: secondo Billboard, il sito starebbe cercando di registrare 800.000 copyright (!). Di cosa? Non staranno per riprovarci con la storia della simulazione psicoacustica?

Di fatto, BlueBeat si è per ora riciclato in radio online non interattiva, apparentemente con tanto di licenze da nomi come SoundExchange e BMI, che appaiono linkati nel Facebook ufficiale. Non manca neppure la versione app” per iPhone.

Il tutto insomma farebbe pensare a un business più tranquillo e meno rivoluzionario, ma anche a un profilo più basso.

Forse forse la legalità potrebbe anche essere salvaguardata (ma non è chiaro se BlueBeat abbia davvero licenze con gli enti di cui sopra): di certo però non si vede perché il pubblico dovrebbe scegliere un sistema così macchinoso rispetto alla miriade di alternative per ascoltare musica legale e gratuita

Pubblicato su: http://mytech.it/web/2011/03/29/bluebeat-risarcisce-emi-no-alla-simulazione-psicoa/

Google: il doodle è brevettato. Ma è un pasticcio

Google brevetta la tecnologia dietro i suoi celebri loghi personalizzati: ma è un brevetto discutibile, che provocherà un acceso dibattito. Abbiamo sentito il parere dell’Electronic Frontier Foundation…

Continua…

Microsoft: Zune è morto (ma anche no)

Microsoft esce dal mercato dei player multimediali? Zune rimpiazzato da Ventura? Così dicono le voci riportate da Bloomberg. Fonti interne smentiscono. A metà.

Zune – la linea di player multimediali targati Microsoft che averebbero dovuto rappresentare il più pericoloso concorrente per iPod e simili di casa Apple – sarebbe al capolinea.

Così dicono le voci, che sembrerebbero ben informate, riportate un paio di giorni addietro da Bloomberg (che descrive la fonte come “a person familiar with the decision”). Microsoft si concentrerebbe sul software Zune e sulla sua diffusione in particolare sui cellulari, in modo da guadagnare sui contenuti audio e video così distribuiti.

Nel giro di 24 ore è apparsa una parziale smentita sul forum di Anythingbutipod.com: sa di poca ufficialità (non esiste un comunicato Microsoft né sulla cessazione della produzione dell’hardware targato Zune, né come smentita di quanto riportato da Bloomberg e ripreso praticamente da moltissimi altri mezzi d’informazione online e non) ma è già qualcosa.

A parlare è Dave McLauchlan, che lavora al business development dell’hardware Zune (e quindi si è ritrovato bombardato di messaggi sull’argomento), e che per ora resta al suo posto. La divisione hardware di Zune non chiude: non è previsto nessun nuovo modello al momento, perché l’hardware Zune di quest’anno sono i telefoni Windows Phone 7; ma allo stesso tempo non è detto che non si mettano in produzone nuovi lettori in futuro.

Di certo quel 77% del mercato in mano ad Apple, schiaccia anche un gigante come Microsoft e mette in difficoltà chiunque.

Unico elemento di certezza: al momento Redmond si concentra su software e contenuti; un settore in cui avendo a disposizione una miriade di piattaforme, dai PC alla XBox, dagli Zune già in circolazione agli smartphone, potenzialmente c’è ancora spazio.

Va detto che già da alcuni giorni (lo segnalava Mary Jo Foley in ZDNet l‘8 marzo) si parlava anche di una nuova piattaforma Microsoft in questo settore, ma sotto un nome – dobbiamo dirlo – purtroppo non originalissimo. Zune verrebbe rimpiazzato da Ventura. Un nome che brutto non è, ma che se fosse quello definitivo e non solo un “nome in codice” del progetto in via di sviluppo, potrebbe portare qualche problemino.

Abbiamo fatto una piccola verifica, notando che “Ventura” ricorre ben 192 volte tra i marchi registrati negli Stati Uniti (71 volte tra i marchi ancora attivi). Se a ciò aggiungiamo che tra i marchi attivi figurano “Corel Ventura” e “Ventura Publisher” – un software ormai non più aggiornato dal 2002, ma sempre un nome leggendario nella storia dell’informatica – il rischio di trovarsi davanti a qualche grana legale per problemi di trademark (Apple ne sa qualcosa) – è più che concreto.

Come alcune delle stesse schede dell’Ufficio Marchi e Brevetti statunitense segnalano, “ventura” è anche un termine di lingua spagnola che sta per “fortuna”.

Di “buona sorte”, se sarà davvero operata questa non brillante scelta per il nome di un futuro prodotto o servizio, dalle parti di Redmond ne avranno davvero bisogno… ;)

Pubblicato su: http://mytech.it/digitale/2011/03/16/microsoft-zune-e-morto-ma-anche-no/

LimeWire, dal giudice no alle esose richieste delle major

Sorpresa: nel caso LimeWire il giudice rigetta le astronomiche richieste dei discografici; per le major è ora di cambiare strategia?

Continua…

Anonymous: ecco l’attacco multiplo

Come promesso, gli hacker-attivisti di Anonymous attaccano: ma il target “a sorpresa” non è unico.
Continua…