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Turntable.fm: musica, social network e un’incredibile operazione di riciclaggio

ovvero: Come passare da un sito e app che permette di “giocare” e organizzare promozioni usando i codici a barre dei prodotti, a un incrocio tra una chat “social” e un concorrente di Spotify…

Ci si passi la battuta: devono essere davvero degli “ecologisti”, dalle parti di StickyBits.com, perché “riciclarsi” in questo modo non è da tutti; stiamo parlando di una società – che ora ha solo 3 dipendenti – passata da un sito – ed app per iPhone – incentrato sui codici a barre, coi quali costruire giochi, concorsi, promozioni, ma anche commenti e contenuti autoprodotti, a una sorta di concorrente di Spotify con aspetti social portati all’esasperazione.

C’era una volta StickyBits; e “una volta” non è poi molto tempo fa, visto che il sito nasce nel 2010. E in effetti c’è ancora, perché il sito sembra ancora attivo anche se non risultano operazioni promozionali in evidenza, al momento.

Come e perché si sia giunti da questa idea a un settore del tutto diverso e quindi a trasformarsi in turntable.fm (servizio peraltro purtroppo limitato agli Stati Uniti, al momento) è tutto da capire. Certo, probabilmente si attira più pubblico – e quindi denaro – con gli stream musicali che con i codici a barre, ma un cambiamento così repentino e apparentemente immotivato lascia quantomeno stupiti, se non perplessi.

Ad ogni modo, quale che sia la storia “dietro le quinte”, va dato atto che turntable.fm ha già messo in tasca due risultati: una licenza di una delle “SIAE” americane (BMI) e l’essere riuscito a far parlare di sé al punto tale che dalle parti di Silicon Valley questo servizio cominci ad essere visto come “una minaccia alla produttività”. Già, perché con le sue funzioni social, i collegamenti con popolari network e siti, la possibilità di “fare il dj” condividendo la propria playlist (o ascoltare le playlist degli altri dj online al momento) in una serie di chat room, questo sito starebbe rapidamente diventando anche peggio di Facebook come “distrazione” da ufficio.

A proposito di Facebook: occorre un account su questo social network per accedere a turntable.fm; il mese scorso, come segnalava Adrianne Jeffries su Betabeat – lo stesso Mark Zuckerberg è apparso tra i partecipanti a una delle chat.

Si possono caricare i propri brani o attingere alla libreria del vecchissimo Medianet (un tempo Musicnet) che ancora resiste e comunque contiene milioni di brani di artisti major e indipendenti.

Tra i primi commenti di chi ha potuto provarlo, molti sembrano entusiasti e sottolineano che è un utilizzo intelligente e innovativo del “social“. Chi scrive – che però al momento non ha ancora avuto il piacere di testare direttamente – resta perplesso: dopotutto anche in Spotify si possono condividere playlist (e vedere quelle dei propri contatti Facebook, per esempio) per non parlare della musica condivisa nelle chatroom dei mondi virtuali (IMVU, NuVera, Second Life) che è una realtà ormai da anni.

Ma dopotutto chissà: l’abile animatore di questa dubbia operazione – il CEO Billy Chasen - potrà sempre inventarsi un altro nome, sito o servizio in cui riciclarsi, tra 6-8 mesi…

[Pubblicato su Mytech http://mytech.it/web/2011/07/29/turntablefm-musica-social-network/]

L’ascesa di Spotify, le mosse di Music Beta by Google

Spotify è finalmente attivo in USA: e punta a 50 milioni di utenti. Intanto Google non sta a guardare…

Le grandi manovre che potrebbero cambiare la faccia del “circo” della musica online continuano: Spotify, come ampiamente annunciato, è finalmente sbarcato negli Stati Uniti.

E i primi dati sono incoraggianti. Il noto servizio di streaming, che ha già all’attivo una discreta popolarità e 10 milioni di utenti in alcuni paesi europei, punta ad aggiungere la ragguardevole cifra di ben 50 milioni (!) di utenti statunitensi entro fine anno; ciò può sembrare un obiettivo fin troppo ambizioso. Ma d’altro canto, il fondatore Daniel Ek sembra fiducioso e anzi dichiara a CNN che le limitazioni (la necessità di ricevere un “invito” per entrare nel servizio) sono state implementate proprio per avere una crescita graduale e non “crollare” sotto il peso di troppi nuovi iscritti tutti insieme.

Un altro obiettivo decisamente ambizioso? Rendere disponibile tutta la musica registrata esistente al mondo: non solo i cataloghi delle major d’occidente quindi, ma musica asiatica, africana, sudamericana e via dicendo.

Con 15 milioni di brani in tasca, Spotify è sulla buona strada e – come abbiamo detto in altre occasioni – si candida ad essere il vero “juke-box celestiale” che la Rete attende da sin troppo tempo.

Ma uno dei principali (potenziali) concorrenti non sta a guardare: si tratta di quel Music Beta by Google nato in fretta e furia e quasi in contemporanea a iniziative simili di Apple ed Amazon. Se tutti questi servizi hanno in comune l’idea della “cloud“, della nuvola dove immagazzinare qualcosa e a cui accedere, piuttosto che avere i file sempre presenti sui propri apparecchi, va detto che la differenza principale è che le “nuvole” di Amazon e Google erano state lanciate senza permesso da parte dei detentori di diritti e quindi senza contenuto, proprio come “scatole vuote” da riempire coi propri file. Diversamente da quanto poi annunciato da Apple, e ovviamente anche dal vasto repertorio in streaming licenziato da Spotify. Google, però, sta da qualche tempo “riempiendo la scatola”. Non solo: di fatto è aperto anche a utenti nostrani. Anche se tuttora chi si reca su music.google.com trova un messaggio che riferisce che il servizio è limitato agli USA, chi aveva mesi fa richiesto un invito si è trovato ad avere accesso al servizio musicale di Mountain View.

Sorpresa: al primo accesso si possono selezionare i generi musicali preferiti (potete anche selezionarli tutti…) e ricevere brani ascoltabili gratis. Generalmente non si tratta di album completi ma di uno o più brani estratti da un disco. Il repertorio è però limitato: tutti questi brani arrivano da etichette indipendenti riconducibili all’aggregatore IODA, o da un’unica major: Sony. Come dire: qualcosa è stato fatto ma il grosso manca ancora all’appello.

L’upload dei propri brani già in proprio possesso lascia a desiderare: chi scrive è riuscito a caricare diverse centinaia di mp3 nel proprio account; allo stesso tempo ha ricevuto molti messaggi d’errore per file che Google ha incluso nella ricerca ma che non è riuscito a caricare (in alcuni casi, file protetti da DRM, ma anche semplici mp3 non protetti).

Insomma, di lavoro da fare ce n’é ancora molto, anche se qualcosa si è mosso a Mountain View; in attesa di vedere all’opera l’iCloud di Apple, solo Amazon resta al palo.

[Pubblicato da Mytech]

Spotify: finalmente in USA

Con almeno un anno di ritardo, ecco l’attesissima notizia: Spotify arriva in USA. Resa dei conti nel circo della musica online?

Di sicuro, la seconda metà del 2011 non sarà noiosa per i frequentatori del “circo” della musica digitale.

Mentre Apple, Google e Amazon lanciano le proprie “nuvole“, Spotify - re della musica in streaming – finalmente sbarca in USA.

Questo significa diverse cose: un potenziale canale di danaro fresco per etichette e artisti; un “jukebox celestiale” per gli utenti (Spotify è il servizio che più sembra avvicinarsi a questa idea; e la rilancia citando nella propria pagina dedicata al lancio in USA una definizione pubblicata nel 2009 dalla rivista Time) a costi contenuti o persino gratis.

Infine, un temibile concorrente che – oltre a poter essere l’unica vera minaccia per lo strapotere di Apple – siamo certi non mancherà di dare il colpo di grazia a qualche sito o servizio che stancamente si trascina da anni (Napster, Rhapsody, Medianet e altri ancora).

Al 12 giugno, a Spotify mancava solo il repertorio Warner per avere in tasca i cataloghi delle quattro major, a disposizione del pubblico americano. Con 10 milioni di utenti in Europa (dati di fine 2010) e 1 milione di abbonati paganti nel vecchio continente a marzo 2011, Spotify finalmente compie il grande salto verso il mercato più importante per la musica.

La data definitiva non è stata annunciata, ma stavolta sembra davvero la volta buona: il jukebox universale è in arrivo; la resa dei conti nel mondo dell’mp3, pure…

(Si ringrazia Nicola D’Agostino per la collaborazione)

[Pubblicato su Mytech]

Musica online: 11 previsioni per il 2011

Come sarà il 2011 per la musica digitale? Con una virtuale “sfera di cristallo”, proviamo a immaginare qualche scenario…

Continua…

Mulve, too good to be true?

Reading early comments and reviews about it will make you think: this seems too good to be true.

Mulve.com promises free, super-fast and great quality mp3 files, without the often lenghty waiting times of p2p systems like eMule or BitTorrent.

With the advantage of not being forced to share anything, not being based on peer-to-peer technology and (so it seems) not involving any responsibility for users (which remain anonymous and – not re-sharing the downloaded files from their side – do not become “liable” in any filesharing activity as it happens in other systems).

It seems the typical “Columbus egg”… the “celestial jukebox” dreamed by many users (okay, there’s already Spotify but not for everyone; plus Mulve is free) and also the ultimate nemesis for old school record labels; that, and the death of copyright.

Are we sure it is really like that?

Mulve states to have 10 million tracks available, and maybe this is true. it looks like heaven for users: just a small-sized download, no dubious spyware (even if some commercial banners are displayed), no kind of registration is required. Apart from the small program, the .zip file contains only a text file suggesting to make a donation. Right now Mulve needs 500 dollars to go on. As we type, they have already quickly secured about half of that.

You get the Beatles and the Stones but also exotic recordings like Italian pornstar Cicciolina performing a cover of “Russians” by Sting, half in English and half in Italian. But you may not find “everything”. There are relatively known names that might still be absent.

There’s the bonus of being able to read the bitrate and on average getting less junk (and no trojans or viruses) than most p2p systems. But there are also moments in which the sotware will be acting up and displaying “No results” even for most popular names. Luckily, you just need to shut down and restart the program, and results will be back.

In Mulve, which self-defines as a “music discovery program” you will not find movies, images, or software but just music. Provided that you can download the client. Because yes, Mulve.com has some issues. It will be probably too much success and too quickly. Oh well. There’s also an inevitable Facebook page.

The service states it will remain free and will be ad-supported; it even has some advertisers, already. Speed? Super-fast. In the range of hundreds of Kb per second, so in half a minute you will get any music track. Such a speed in normal p2p systems is unthinkable for many things.. In eMule it is maybe valid for the most popular recent music. In BitTorrent & co., maybe, for the most successful porn movies. Not having seeds or filesharing, the system is democratic: everything will be downloaded at the same, high speed (in p2p a rare track will probably only exist in one or two copies).

Will it be real glory? We have some doubts. No Mac or Linux versions at the moment. The legality remains uncertain, and some actions could still be taken. Mulve cannot be easily tracked: the domain name has been registered through a proxy (Protected Domain Service in Denver, Colorado; their site seems anyway dead). So we cannot know with a simple “whois” search who could be the site owner and his location. But authorities with a special mandate could verify the above and block the .com site and client distribution.

But the problem is that by then, the client will be already elsewhere. Duplicated on sites and traditional peer-to-peer systems (it is already happening). Renamed, modified, redistributed. And if servers are really in Russia as some suggest (and as the cyrillic characters in some of the filenames displayed in search results seem to confirm) things get more complicated. In In that country, record labels lost the batlle with sites such as Allofmp3.com years ago. “Loopholes” in the Russian law allow a sort of legalized piracy, with collective licenses released by a couple of entities that should in turn pay artists and producers (but in the end don’t). Mulve might reply on them, thus entering a vicious circle.

To record labels now well over their given deadline we can only advice to take all their back catalogue out of their drawers and put it online at accessible prices, not over the typical 99 US cents per track (but also not to exaggerate in the other direction: users will think they are being ripped off and they will stop paying at all: we are referring particularly to certain special offers seen in iTunes, which honestly seem an offence to those who previously paid full price for those albums…). if nothing goes wrong, Mulve will be another passing fad. After all, for example, file names are manipulated and not always exact, sometimes the nasty cyrillic characters appear; file quality is not always the same. In other words, if the US market – which is where the real match is being played – had a Spotify at hand, many people wouldn’t have areason to go onto Mulve for unauthorized copies.

A little bet: in a while, at Mulve‘s place they will run out of money and advertisers and the system will not be able to stay up. If it will survive, it will just mean that on the other side someone is not doing enough to let people understand that there are decent, legal and affordable alternatives.

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